Parafarmacie: come entrare nel business del benessere

Parafarmacie: come entrare nel business del benessere

Il loro sviluppo non è stato frenato neanche dalla crisi: dal 2006 le parafarmacie continuano a crescere. Oggi sono oltre cinquemila e danno lavoro a ottomila persone. Ecco con quali accortezze scegliere di seguire questo business

Aprire una parafarmacia appare un buon affare dal 2006, da quando il decreto Bersani-Visco ha liberalizzato la vendita dei medicinali da banco. Nemmeno la crisi ha frenato la voglia d’impresa dei camici bianchi. «Il trend è in crescita costante, con quasi il 5% in più di attività commerciali l’anno, al netto delle chiusure», dice Davide Gullotta, presidente della Federazione nazionale parafarmacie italiane, primo esempio di nucleo aggregativo del settore. «Oggi si stima che ce ne siano oltre cinquemila, che danno lavoro a ottomila persone».

CHE COSA SI VENDE

In una parafarmacia si possono vendere le due categorie di medicine che non necessitano della ricetta: i farmaci da banco, detti anche Otc (dall'inglese «over the counter»), che possono essere esposti al pubblico, come i colliri, e i cosiddetti Sop (sigla che sta per l'italiano «senza obbligo di prescrizione»), che vanno acquistati previo consiglio del farmacista, come gli antipiretici a base di paracetamolo. In più, integratori alimentari, prodotti omeopatici ed erboristici, farmaci veterinari (inclusi quelli con l’obbligo della prescrizione), cosmetici, articoli sanitari, alimenti. Il titolare può non avere una laurea specifica, mentre è obbligatoria la presenza di un iscritto all’ordine professionale per commercializzare i medicinali.

IL CONSIGLIO

«Il guadagno viene soprattutto dal comparto “benessere”, perché la vendita dei farmaci in sé copre in media il 25% del fatturato», continua Gullotta, che di parafarmacie ne ha avviate tre, in provincia di Catania. «Io consiglio sempre di specializzarsi in un settore, per esempio i presidi ortopedici o l’alimentazione a fini speciali, come i prodotti senza glutine per i celiaci o quelli per i diabetici. Non dimentichiamo che in una parafarmacia si possono dispensare appena il 10% del totale delle medicine».

L’ITER PER L’APERTURA

La proprietà può essere una società di persone o una società di capitali. La normativa non prevede che i soci o il titolare siano farmacisti. Per vendere i farmaci è necessaria la presenza di un farmacista laureato e abilitato ossia iscritto all’ordine, ma non deve necessariamente essere il titolare. La presenza del farmacista deve essere garantita per tutto l’orario di apertura dell’esercizio commerciale anche se non è tenuto a consegnare a ogni cliente i medicinali.La burocrazia prevede la denuncia di inizio attività al Comune di appartenenza, compilando i moduli appositi. Poi occorre fare le comunicazioni alla Camera di commercio e al Ministero della Salute, che rilascia il codice identificativo univoco.

PARAFARMACIA A CHI?

A essere interessati sono i farmacisti, che difficilmente possono diventare titolari di una farmacia, data in concessione statale in base al numero di abitanti e per di più ereditata spesso dai familiari. «Insomma, un mercato bloccato», commenta Gullotta. «Ma gli iscritti all’ordine sono meno della metà dei proprietari di parafarmacie, che in maggioranza fanno parte di catene o nascono come corner all’interno della grande distribuzione, basti vedere i supermercati Coop o Conad».

QUANTO COSTA

L’investimento iniziale, soprattutto per locali e arredo, può essere modulato con strumenti quali il leasing. Da considerare l’affiliazione in franchising, una soluzione per sfruttare la forza di un brand già noto e per beneficiare di un’assistenza nella formazione in ambito commerciale e amministrativo.

15 dicembre 2015

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