Raccogliere e organizzare dati? È il big data, bellezza!

Raccogliere e organizzare dati? È il big data, bellezza!

Big Data in Italia, qualcosa si muove: nell’ultimo anno mercato in crescita del +14%. A usufruirne di più, banche e settore industriale

Tanti, anzi in crescita esponenziale, ma sempre più accessibili: sono i Big Data. Per le aziende sono strategici perché permettono analisi sempre più raffinate e quindi prodotti e target sempre meglio definiti. Per questo è importante scorrere il rapporto sulla diffusione della tecnologia Big Data in Italia, pubblicato a fine 2015. Lo ha curato l’Osservatorio Big Data Analytics e Business Intelligence della School Management del Politecnico di Milano. È dunque tempo di bilanci per un tema caldo, decisivo per l’economia dell’era digitale. Il rapporto rileva una forte crescita dell’ultimo anno, differenze da un settore all’altro, carenze di mentalità e di strategia. Ne abbiamo parlato con il prof. Alessandro Piva, che ha curato, con il responsabile scientifico, il professor Carlo Vercellis, la ricerca per l’Osservatorio.

Innanzitutto la definizione: che cosa sono i Big Data?

«Si parla di Big Data quando ci si trova a dover gestire progetti che presentano un altissimo volume di dati: si deve così affrontare una complessità di valori, che non saremmo stati in grado di gestire con vecchie piattaforme e vecchi strumenti».

Dalla vostra ricerca emergono alcuni dati relativi all’ultimo anno…

«Bisogna però premettere che la ricerca si è svolta su più livelli: analisi di aziende grandi e medie, interviste dirette, studio di bilanci e fatturato. Si è poi deciso di isolare Big Data e Business Intelligence. Il valore di mercato generale è risultato di 790 milioni di euro. Da dividere però in Big Data (16%) e Business Intelligence (84%)».

Big Data ancora dietro, dunque, in Italia. Ma con una piccola sorpresa positiva…

«Sì, nell’ultimo anno l’uso di Big Data è cresciuto del 34%, quello di Business Intelligence solo del 16%. Segnale molto indicativo».

Si possono fare distinzioni tra i diversi settori?

«Certo. Dalla nostra analisi si nota che il settore che spende di più nella nuova raccolta dati è quello delle banche, che tra consulenze e software, arrivano al 29%. Seguono il settore manufatturiero (21%), il mondo delle telecomunicazioni e dei media (14%), la pubblica amministrazione e la sanità (9%), la grande distribuzione (8%), utility (6%), assicurazioni (5%). Chiudono turismo e altre voci, con valori molto bassi. Al di là delle singole percentuali, alcuni settori in questo periodo hanno dimostrato grande vivacità: l’area delle assicurazioni, per esempio, ha segnato una crescita del 25%».

Qual è la situazione italiana? C’è ancora diffidenza? Le imprese sono pronte a utilizzare a pieno regime i Big Data?

«Siamo ancora un po’ in ritardo. La verità è che si fa fatica a passare alla nuova analisi di dati. È un mondo ancora agli inizi. Anche se in realtà qualche primo segnale positivo si riscontra in quelle imprese che, per forza di cose, sono più attente all’informatizzazione. Anche in casi di aziende a piccole e medie dimensioni. L’importante comunque sarebbe cambiare approccio. Che tra l’altro è la conclusione a cui arriva la nostra ricerca».

Che cosa significa cambiare approccio?

«Le aziende e le imprese sono ancora legate alla semplice raccolta dati, alla loro analisi e gestione. Poche realtà partono dal dato per decidere ed impostare la loro strategia futura. Ci si è accorti che alle aziende manca un percorso organizzativo che indichi la relazione tra il dato e la capacità di sfruttarlo per il proprio business. Certo, chi opera nel settore informatico ha più familiarità con questi processi; agli altri manca ancora la mentalità».

15 dicembre 2015

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