Business plan per start up: come si fa e quando serve averlo

Business plan per start up: come si fa e quando serve averlo

Avere un business plan potrebbe essere fondamentale per il successo di una start up. È sempre necessario o meglio prevedere anche un’altra strategia?

La definizione scolastica di business plan è quella di un documento che serve a delineare il quadro di un’azienda nell’arco di un determinato orizzonte temporale (tre/cinque anni) scattando una fotografia della situazione dell’azienda nel suo complesso. Serve per capire quanto si guadagnerà con il business nel settore dove si intende operare. Ma se l’azienda nasce dal nulla con un capitale di rischio dell’imprenditore è proprio necessario fare un piano aziendale dettagliato?

NON GIRARCI INTORNO: SERVONO IDEA, PRODOTTO, TEAM ED ESECUZIONE

Nel libro “Non fare lo struzzo: l’arte di non rimandare la soluzione dei problemi per essere più efficienti” di Brian Tracy (esperto di dinamica aziendale, di efficienza, di espressione del potenziale con all’attivo 300 programmi audio e video di consulenza) il 10% del tempo dedicato alla pianificazione fa risparmiare il 90% di tempo nell’esecuzione. Fondamentale però andare al punto senza girarci intorno: per fare un business plan servono l’idea, il prodotto, il team e l’esecuzione. Non serve un piano enciclopedico, ma la sintesi. Per Barbara Findlay Schenck, autrice del manuale “Business Plans Kit For Dummies” serve un testo che racchiuda i fattori che assicureranno il successo al business. Fare un business plan minimizza i rischi e permette di conoscere meglio i perimetri del settore dentro i quali l’imprenditore e la sua azienda devono muoversi. Periò bisogna descrivere questi punti: il tipo di business, il prodotto o servizio, il business model, la parte operativa, la descrizione del team e la parte finanziaria.

GIUSTO PERDERE TEMPO PER IL BUSINESS PLAN?

Ma un articolo pubblicato sulla rivista Forbes da Paul B. Brown nel’agosto 2013 ha aperto un dibattito: il giornalista economico, esperto in strategie di management, avvisa gli imprenditori dicendo: “Fare il business plan è solo una perdita di tempo”. Per 30 anni Brown ha incontrato e intervistato manager con la stessa convinzione: fare un business plan era un’esperienza inutile. Perché? Per il semplice motivo che un imprenditore può fare ricerche di mercato e programmare, ma se qualcosa non va per il verso giusto il piano è da buttare. “E quando sei in gioco nel business le cose non vanno mai per il verso giusto come sperato e bisogna essere pronti a cambiare strategia”, scrive Paul B. Brown.

Più tempo si passa a scrivere un business plan più tempo si sta fuori dal mercato e magari qualcuno arriva prima per vendere lo stesso bene o servizio. Oppure si passa talmente tanto tempo a fare un business plan che lo scenario cambia e improvvisamente ci si trova con un prodotto fuori dal mercato perché obsoleto (per esempio nell’informatica o i servizi innovativi). Per Brown c’è un solo caso che rende necessario un business plan dettagliato: quando si va alla ricerca di un finanziamento da 10 milioni o si cerca un venture capital, cioè l'apporto di capitale di rischio da parte di un investitore per finanziare l'avvio o la crescita di un'attività in settori ad elevato potenziale di sviluppo.

START UP: MEGLIO PREVEDERE LE SPESE PRIMA DEI RICAVI

Il business plan, allora, è utile o no? Sempre nel 2013 la Harward Business Review ha fatto chiarezza con una pubblicazione che ha preso in considerazione uno studio iniziato con la crisi del 2008: il business plan è utile solo ad aziende grandi che sono già sul mercato e che devono espandersi. Altrimenti si deve utilizzare un piano di stop loss (stop alla perdita) per le start up e le aziende senza clienti che possono garantire il break even, cioè il punto di pareggio, già sulla carta.

“Questo perché è difficile prevedere i ricavi mentre sappiamo sicuramente le indicazioni delle spese fatte: in pratica si tratta di fare un piano spese”, ci spiega Fabio Di Tullio che è un esperto di gestione delle risorse umane nei processi produttivi. “In pratica si stabilisce in partenza che capitale di rischio utilizzare, ad esempio 300mila euro, e quando è ora di ritirarsi perché non ci sono guadagni e, considerate le spese, si è annullato il capitale -- continua Di Tullio --. In questo caso si ipotizza solamente il guadagno e si ha la certezza della spesa e la consapevolezza di quando non è più il caso di continuare”.  Discorso diverso quando la start up nasce all’interno di un’azienda già consolidata o incassa capitale di rischio da parte di un investitore: in questo caso il business plan, oltre a preventivare tutte le spese, prevede già il ritorno sull’investimento.

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1 aprile 2016

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