Export negli Usa: cos’è la responsabilità da prodotto

Export negli Usa: cos’è la responsabilità da prodotto

Fare export del made in Italy negli Usa? Business proficuo, ma attenzione alle leggi locali come spiega l’avvocato Nicola Fiordalisi dello studio Bryan Cave

Vendere all’estero è il primo e fondamentale passaggio dell’internazionalizzazione delle PMI italiane: la conferma da Luciano Cenedese (Head of UniCredit International Center Italy) che descrive gli Stati Uniti d’America come un mercato affidabile per l’export delle piccole e medie imprese.

«Negli Usa il contesto operativo è eccellente, sono leader nella protezione dei diritti di proprietà intellettuale, la forza lavoro è qualificata e produttiva e le normative del lavoro strizzano l’occhio al business – specifica Cenedese –. Si possono esportare alimentare, fashion, tecnologia, il lusso anche quello più sfrenato». Nessun problema se si esporta negli Usa? «No, assolutamente perché è comunque un mercato difficile: la barriera d’ingresso più ovvia ed evidente è la dimensione del mercato stesso, dimensione che lo rende ostico a chi non dispone di risorse sufficienti ad affrontarlo in maniera “globale” e “tecnicamente qualificata” – conclude Luciano Cenedese –. Opportuno infatti non trascurare la “civil and legal liability”: se sbagli un’etichetta ti becchi una class action».

INVESTIRE NEGLI USA: COME SI INIZIA?

«L’operatore italiano che voglia investire negli Stati Uniti può ricorrere a quattro strumenti principali. Lo strumento più comune è rappresentato dalla stipulazione di contratti commerciali internazionali. Alternativamente, si può costituire una società sussidiaria di diritto americano, in grado di operare direttamente sul territorio degli Stati Uniti. Oppure ancora, se gli interessi dell’operatore italiano sono in linea con quelli di un partner statunitense, si può negoziare e addivenire alla creazione di una joint venture. Infine, se le risorse lo permettono, si può acquisire direttamente il controllo di una società americana già esistente, riducendo così i tempi e costi di avviamento di una operazione commerciale», spiega l’avvocato Nicola Fiordalisi, 54 anni, partner di Bryan Cave, responsabile della pratica italiana e ideatore del nuovo blog “Investire negli USA”. Bryan Cave è uno studio statunitense (19 uffici) con presenze strategiche in Europa (4 uffici) e in Asia (3 uffici). L’avvocato Fiordalisi, nei suoi 25 anni di esperienza professionale negli Stati Uniti, ha seguito centinaia di società italiane nelle operazioni di espansione commerciale e delocalizzazione produttiva.

PIANIFICAZIONE STRATEGICA DI UN CONTRATTO DI DISTRIBUZIONE

«Il contratto di distribuzione è una delle modalità più comunemente impiegate per espandersi commercialmente negli USA – si legge sul blog dell’avvocato Fiordalisi –; la disciplina di questa fattispecie contrattuale è, di norma, lasciata alla libera disponibilità delle parti (seguendo il principio americano della cosidetta “freedom of contract”) le quali possono predisporre il testo contrattuale con grande libertà». La negoziazione con un partner statunitense di un contratto di distribuzione deve essere tuttavia caratterizzata da grande cautela da parte dell’operatore italiano, avverte l’avvocato Fiordalisi, in quanto molto spesso le controparti americane chiedono di essere nominate distributori esclusivi per l’intero territorio statunitense, e per una durata pluriennale. «In una simile circostanza, è essenziale che l’operatore italiano preveda dei meccanismi di exit strategies che consentano di liberarsi da un rapporto rivelatosi infruttuoso. Ad esempio è consigliabile, avverte Fiordalisi, determinare con puntualità gli obiettivi di vendita/crescita minima che, se non rispettati, comportino progressivamente: (a) la riduzione del territorio; (b) la perdita del diritto di esclusiva; (c) la riduzione del compenso; oppure, (d) la possibilità di risolvere il contratto».

L’operatore italiano, oltre alla fase di negoziazione, deve pianificare con attenzione anche la fase successiva alla risoluzione del contratto. Negli Stati Uniti, spiega Fiordalisi, è d’uso inserire all’interno del testo contrattuale i cosidetti restrictive covenants (divieto di concorrenza e divieto di sollecitazione dei clienti). Tali clausole contrattuali possono facilmente impedire a una società italiana di percorrere canali alternativi di business. Al fine di prevenire l’avverarsi di tale circostanza, è consigliabile negoziare sia la loro durata sia la loro limitazione territoriale.

I RISCHI CONNESSI ALLA PRODUCT LIABILITY

«Il termine “Product Liability” (responsabilità da prodotto) definisce un tipo di responsabilità oggettiva (strict liability) del produttore che nasce quando un consumatore soffre un danno causato da un prodotto irragionevolmente pericoloso per via di un difetto di progettazione, di un difetto di fabbricazione o di una mancanza di avvertenze», si legge sul blog “Investire negli USA”. La Product Liability ha una portata molto amplia in quanto non dipende da un comportamento negligente o da una violazione di leggi o regolamenti, ma si applica ogni volta che un consumatore dichiari di aver sostenuto un danno per via di un prodotto difettoso. Toccherà al produttore, in questo caso, dimostrare di aver fornito un prodotto privo di difetti al fine di limitare l’entità del risarcimento.

«Il rischio maggiore quanto alla responsabilità da prodotto, deriva dal risarcimento del danno subito dal consumatore – avverte il blog –. Negli Stati Uniti, oltre a danno emergente e lucro cessante, esistono ulteriori figure di danno che possono facilmente incrementarne l’ammontare. In particolare, negli Stati Uniti possono venire assegnati a un consumatore che abbia subito un danno sia i cosidetti danni compensatori (compensatory damages), che possono essere equiparati ai danni morali e biologici dell’ordinamento italiano, sia i danni punitivi (punitive damages) che mirano a punire la condotta del produttore qualora questa sia particolarmente gravosa».

LA SOLUZIONE: SOTTOSCRIVERE UNA POLIZZA ASSICURATIVA

Fiordalisi, infine, avverte che, secondo il case law statunitense, tutti i soggetti che prendono parte al processo di immissione del prodotto sul mercato (“the stream of commerce”) sono potenzialmente responsabili negli Stati Uniti per il danno che il prodotto provochi al consumatore a causa di un difetto. Tali soggetti possono essere produttori, fornitori, rivenditori, distributori, assemblatori, o altri soggetti la cui attività svolta sul prodotto abbia contribuito a mettere sul mercato statunitense il medesimo prodotto difettato.

Seppur non sia possibile eliminare i rischi connessi alla Product Liability, è possibile limitarne la portata mediante la sottoscrizione di una apposita polizza assicurativa a protezione del produttore (e/o della società distributrice come terza parte assicurata). «Un operatore italiano che desideri commercializzare i propri prodotti sul mercato statunitense dovrebbe sottoscrivere una apposita polizza assicurativa che copra i rischi derivanti dalla responsabilità da prodotto – consiglia l’avvocato Fiordalisi–. Va sempre valutata l’opportunità di sottoscrivere tale polizza presso una compagnia di assicurazioni negli Stati Uniti, in quanto, generalmente, le polizze statunitensi offrono una copertura anche per quel che concerne i danni compensatori e punitivi; naturalmente, la singola polizza dovrà sempre essere esaminata per sincerarsi che tale copertura sia effettivamente prevista».

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1 giugno 2016

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