Gestire l'azienda senza stress? Serve resilienza

Gestire l'azienda senza stress? Serve resilienza

Manager e stress: binomio inscindibile? Gestire la realtà imprenditoriale porta entusiasmo, ma anche tensione fisica e mentale. La soluzione è nella resilienza

Mai sentito parlare di resilienza? Indica la capacità di resistere a urti, tensioni e pressioni, e di riacquistare la forma originaria quando il fattore di stress smette di esercitare la propria azione. Parlando di stress, traslare i concetti della scienza alla pratica quotidiana dell’impresa è un gesto semplice.

Gestire un’azienda è per sua natura un’attività stressante (oltreché entusiasmante, naturalmente), e che essa sia grande, media o piccola poco importa. Quel che conta è saperla condurre anche con le capacità richieste ai materiali che subiscano i fattori di cui abbiamo detto. In altre parole, conta essere resilienti.

«In psicologia è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di reagire alle avversità riuscendo a trovare nuove risorse cui affidarsi per tornare a fare le cose di tutti i giorni», dice Francesca Speciani, counselor milanese, che ci aiuta a capire meglio il volto di questa attitudine. «Bisogna precisare che non va confusa nemmeno con l’estrema adattabilità, con il farsi andare bene tutto. O nemmeno, parlando di scoperta di risorse non note, con la serendipity». La serendipità è trovare una cosa non cercata e imprevista mentre se ne stava cercando un'altra.

Cos’è, allora la resilienza?

«In sostanza significa essere capaci di produrre nuovi adattamenti nelle situazioni che la vita ci mette davanti, una capacità che richiede di saper imparare dalle situazioni difficili, di accettare il cambiamento come parte naturale della vita, di prendere decisioni anche rischiando in prima persona e poi di integrare tutto questo in una nuova visione di sé».

Ci può fare un esempio?

«Prendiamo un bravo manager, che sa gestire bene la propria realtà lavorativa. All’improvviso crolla un’ala della sede aziendale: si tratta di un evento fortemente stressante. Il manager scopre allora di saper assistere anche emotivamente chi ha vissuto il trauma. Non è solo uno che dà ordini, ma che sa essere conforto e guida».

A proposito di manager, la resilienza è quindi una qualità richiesta?

«Direi di sì, ma attenzione: anche una persona carismatica può essere un ottimo manager pur difettando dell’elasticità naturale di chi è resiliente. Non bisogna indulgere in una visione semplicistica, per la quale il manager buono e comprensivo lo è e quello autoritario no. Il primo, per dire, potrebbe rivelarsi incapace di esporsi come capo, di prendere le proprie responsabilità. Potrebbe dimostrarsi un manipolatore».

La resilienza si impara?

«Come ogni cosa, se la impari da piccolo è meglio. L’ambiente e l’educazione contano tantissimo. Una mamma che, di fronte al figlio che inciampa e cade, lo invita ad alzarsi e sdrammatizza avrà un giorno un figlio più resiliente di quello con una mamma che ne fa una tragedia. Quanto all’educazione, in ambienti dove si privilegia il ragionamento e lo spunto intellettuale a discapito del senso pratico, lo sviluppo della resilienza può incontrare degli ostacoli».

Ma quel tipo di ambiente non dovrebbe educare all’elasticità mentale?

«Sì, ma ciò può degenerare in uno stato mentale che non affronta le priorità. Si ragiona, si ragiona e non si prendono le decisioni. Mi è capitato, nella mia attività professionale, di assistere un imprenditore spaventato dall’idea di non avere tutto sotto controllo. Questo timore lo portava a rallentare le decisioni perché, mi diceva, non posso rischiare umanamente con i miei dipendenti. Come abbiamo visto, invece, la capacità di correre rischi è una delle caratteristiche fondamentali della resilienza».

Insomma, i confini non sono chiarissimi

«Non è un tema che si presta ad essere affrontato con l’accetta, ci sono molte sfumature. Una cosa è certa: a un manager conviene essere resiliente, o almeno avere l’attitudine a esserlo. Ciò gli consente di vedere le cose in prospettiva, di non fermarsi a un momento specifico del problema che sta affrontando e di condurre lo stato di crisi a uno sbocco diverso, e positivo».

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1 giugno 2016

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