Fusioni aziendali, sono necessarie: come farle senza sbagliare

Fusioni aziendali, sono necessarie: come farle senza sbagliare

Indispensabili alle PMI per crescere: quanto budget stanziare per le fusioni aziendali e quali figure di consulenza servono? Le risposte di due esperti

«Se una società ha bisogno di fare un salto dimensionale significativo, un’operazione di M&A (fusioni e acquisizioni) è spesso l’unica opzione strategica possibile». Parola di Valter Conca, direttore dell’Osservatorio sulle fusioni e acquisizioni dell’Università Bocconi di Milano che motiva la propria convinzione con il fatto che oggi la crescita interna delle imprese sia troppo lenta e che l’unica alternativa ormai sia acquisire quote di mercato o asset all’esterno.

 

In realtà, le principali motivazioni che spingono le imprese a fare fusioni e acquisizioni si possono riassumere in tre punti, come suggerisce Paolo Cadolino, F&A Commercial Banking Italia di UniCredit:

 

1) Crescita per linee esterne per raggiungere maggiori livelli dimensionali (economie di scala);

 

2) crescita su settori complementari per implementare una strategia di diversificazione (integrazione verticale o orizzontale);

 

3) motivazioni legate ai soci - esempio: passaggi generazionali - o semplicemente raggiungimento di un livello tale per cui è necessario l’apporto di mezzi di terzi.

 

Cadolino non esclude anche una fusione tra una PMI e una start up innovativa: «L’integrazione può essere utile in ottica di diversificazione verso business ad alto potenziale di crescita. In questo caso c’è da porre attenzione sulla valutazione: ovviamente la startup non ha track record storici per cui i metodi di valutazione devono tenere conto delle potenzialità future di sviluppo del business e di generazione futura di valore».

 

In Italia però, lo strumento M&A è ancora sottoutilizzato, infatti, secondo l’analisi “M&A e creazione di valore” svolta da Kpmg e Sda Bocconi, la dimensione media del mercato nostrano del settore dal 2008 al 2015 si è fermata a 37 miliardi, contro i 229 del Regno Unito.

 

LE AZIENDE ITALIANE FANNO GOLA: GLI STRANIERI PUNTANO ALLA QUALITÀ

 

Nel confronto europeo, le aziende italiane, oltre a presentare una minor propensione a fusioni e acquisizioni, risultano essere, più delle altre, “prede” dei player stranieri. Basta tener presente i dati del database dell’Osservatorio Bocconi dal quale emerge che al 2015, il 45% delle società coinvolte in operazioni di M&A (corrispondenti a 324 imprese) sono state acquisite da stranieri e di questa una buona quota parte, il 55%, sono società target di piccole dimensioni.  A confermare questa tendenza è anche Paolo Cadolino di UniCredit, secondo il quale «l’Italia è ricca di aziende che costituiscono l’eccellenza in diversi settori artigianali ed industriali per know-how, qualità ed innovazione. Sicuramente sono un ottimo target per aziende internazionali che puntano sulla qualità».

 

FARE ACQUISIZIONI E FUSIONI AZIENDALI È POSSIBILE E PORTA VALORE

 

Sono ancora molte le imprese italiane – soprattutto le piccole e medie - che hanno timore dello strumento e non conoscendolo bene preferiscono non buttarsi in operazioni di questo tipo per motivi spesso legati alle presunte difficoltà di processo e di reperimento delle necessarie risorse. Eppure, fusioni e acquisizioni possono farle anche le PMI, ottenendone importanti vantaggi. Dai dati dell’Osservatorio Bocconi emerge infatti che il 28% delle imprese di piccole dimensioni ha fatto acquisizioni negli ultimi 3 anni «e questo significa che si tratta di un’opzione strategica che oggi è alla portata anche di società di piccole dimensioni. Cosa che una volta non succedeva», spiega Il professor Conca. Tornando ancora più indietro nel tempo, secondo la ricerca Kpmg Bocconi sarebbero oltre 350 le aziende italiane che hanno fatto ricorso alla leva dell'M&A nell'ultimo decennio e ce ne sono circa 400 che potrebbero farlo. Inoltre, il 97% di chi ha fatto queste operazioni non ha dubbi: le loro fusioni o acquisizioni hanno portato valore alle loro imprese.

 

NIENTE PAURA, MA INDISPENSABILE L’AIUTO DI UN CONSULENTE

 

Ma allora perché molte altre imprese decidono di non farlo? Secondo Valter Conca bisogna distinguere due fronti: il primo è un problema di processo, il secondo è quello delle risorse. Sul primo, «molte società di piccole dimensioni non devono aver paura, perché non c’è problema a gestire il processo, salvo il fatto che ci sia bisogno di un advisor, di un consulente che segua l’impresa, perché comunque si tratta di un’operazione straordinaria, questo è fondamentale», spiega il professore della Bocconi.

 

Per quanto riguarda invece le risorse, l’advisor aiuta anche durante le fasi del processo dedicate al finanziamento. «Il discorso è molto semplice, senza l’advisor non si va lontano», dice con convinzione Conca, spiegando semplicemente che le società di solito, soprattutto se piccole, non hanno le conoscenze necessarie per impostare tutti gli atti che servono a portare avanti un’operazione di M&A e soprattutto che ci sono sfumature comprensibili solo a chi ha già operato più di una volta. Per di più, avverte il professore «bisogna tener conto che dall’altra parte se ne vedono di cotte e di crude, per cui bisogna veramente aver esperienza, aver toccato molte volte il tema e aver cercato di capire esattamente cosa vogliono i potenziali venditori».

 

CONSULENTE E OBIETTIVI: DOVE PUNTARE?

 

Grazie a un consulente che obiettivi si possono raggiungere? «Quando una azienda raggiunge un certo livello dimensionale è opportuno che cresca anche da un punto di vista manageriale, con figure in grado di affrontare tematiche più ampie - aggiunge Candolino di UniCredit -, come ad esempio interlocutori internazionali, istituzioni finanziarie come banche, ma anche investitori finanziari per operazioni di capital market; il ruolo degli advisor è molto importante perché devono dare all’azienda la corretta visibilità sul mercato e costruire con questa un percorso di crescita che prevede anche la formazione interna e la corretta definizione di ruoli e procedure all'interno dell’azienda indispensabili per affrontare sfide di scala maggiore».  

 

Un processo di fusione o acquisizione è inoltre abbastanza lungo, si tratta di almeno 5-6 mesi di lavoro e anche per questo motivo «i soldi per un consulente sono assolutamente quelli meglio spesi. Un budget per l’advisor? È difficile stimarlo, ma diciamo che bisogna mettere in conto come minimo 100mila euro», continua Conca. Quando una azienda raggiunge un certo livello dimensionale «è opportuno che cresca anche da un punto di vista manageriale, con figure in grado di affrontare tematiche più ampie e soggetti più importanti come ad esempio: interlocutori internazionali e istituzioni finanziarie» aggiunge Paolo Conca, spiegando che il ruolo degli advisor è molto importante «perché devono dare all’azienda la corretta visibilità sul mercato e costruire con questa un percorso di crescita che prevede anche la formazione interna e la corretta definizione di ruoli e procedure all'interno dell’azienda indispensabili per affrontare sfide di scala maggiore».

 

FINANZIARE LA FUSIONE: BANCHE E MINIBOND POSSONO AIUTARE

 

ll problema del reperimento delle risorse necessarie per un’operazione di M&A, di norma, non si pone se la società ha un suo equilibrio finanziario, «per di più, se il progetto di acquisizione sta in piedi ed è giudicato corretto e razionale, direi che in genere le banche seguono volentieri le imprese», aggiunge Conca, sottolineando però che se la società  è molto indebitata ed ha un progetto di crescita poco credibile è dura che un qualsiasi istituto di credito accetti di finanziarlo. Se invece la una situazione finanziaria dell’impresa è normale e il progetto di fusione o acquisizione è intelligente e spendibile, allora l’operazione può tranquillamente usufruire dell’aiuto del canale bancario.

 

Un altro strumento, in questo momento usato moltissimo dalle PMI, è quello di finanziare le operazioni attraverso i mini bond che consentono di diversificare l'esposizione finanziaria emettendo titoli destinati ad altri investitori. Anche in questo caso, il progetto di finanziamento da parte dei mini bond passa quasi sempre attraverso l’analisi del sottostante, per cui se il progetto per il quale si chiedono i soldi è corretto il problema è quasi risolto.

21 luglio 2016

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