Brand identity, consigli per start up e un esempio pratico

Brand identity, consigli per start up e un esempio pratico

Business plan a prova di bomba, budget definito e il tempo che serve: così nasce una brand identity. I consigli di un esperto e il caso Upstream Clothes

Come si costruisce l’identità e l’immagine di un’azienda, magari appena avviata come una start up? «Avere una buona brand identity è indispensabile, perché rende viva l'idea di ciò che si vuole fare, crea appeal e fidelizza i clienti», ci spiega Francesco Sposato che è designer e anche fondatore di Manifactory, agenzia di comunicazione del Trevigiano che offre supporto alle imprese, dalla ricerca del nome alla creazione del logo.

Dietro a marchi, immagini e presentazioni di prodotti inseriti in contesti creati ad hoc le aziende veicolano sensazioni, valori, percezioni e stili di vita, per mostrarsi e conquistare i consumatori. Costruirsi un'identità visiva è dunque fondamentale, ancora di più oggi nell'era di internet e delle community sui social media dove tutti sono connessi, si scambiano informazioni e comunicano con il passaparola.

Francesco Sposato, founder di Manifactory

Brand identity, consigli per start up e un esempio pratico

PRIMO PASSO: ANALISI APPROFONDITA DELL’AZIENDA

Riflettere attentamente sulla propria identità come azienda o start up e sul prodotto o servizio che si offre. «Si deve conoscere molto bene il proprio business – spiega Francesco Sposato –: chi sono i mercati di riferimento, il target, i competitor. Poi si può cominciare la fase di strategia e ricerca stilistica. Il primo nodo da sciogliere è il naming, cioè trovare il nome giusto dell’azienda. Una volta definito, si passa alla grafica, che rappresenta lo stile che si vuole intraprendere».

SECONDO PASSAGGIO: DEFINIRE IL BUDGET DI SPESA

Dopo aver definito il nome dell’azienda è tempo di chiedersi: quanto voglio spendere per costruire l’immagine di marca? Un passaggio fondamentale. «Nella scelta del fornitore – continua il fondatore di Manifactory – consiglio sempre di guardare prima il portfolio della persona o agenzia alla quale ci si rivolge e poi valutare se può essere in linea con la propria azienda». Importante però definire un budget di spesa prima ancora di chiedere i preventivi a un designer freelance o a un’agenzia.

ADESSO CHE CI SONO NOME E LOGO: CHE FARE?

La brand identity dell’azienda è pronta ed è veicolata attraverso gadget, cancelleria, biglietti da visita e anche sito web, e-commerce e pagine sui social media. Il grande salto però non è ancora fatto: bisogna impostare una strategia di comunicazione per la brand awareness, cioè per far conoscere il nuovo marchio. Soprattutto sul web è importante coinvolgere l'audience, ascoltarla, creare community che parlino dell'azienda e, soprattutto, comunicare valori, stile e “sentiment” cioè fedeltà ai valori del marchio.

«Per questo tipo di lavoro – suggerisce ancora Sposato – consiglio di affidarsi a un professionista che si occupi della gestione, in maniera coordinata, di tutte le piattaforme e che sappia creare format e contenuti originali e adatti al tipo di social». Una figura che affianchi gli specialisti della comunicazione e che tenga conto di uniformità e coerenza quando il marchio circola in rete. O rivolgersi a una piattaforma come Zooppa, che coinvolge creativi e strategist condividendo e distribuendo il lavoro a una base di professionisti ampia e con prezzi concorrenziali.

CONSIGLIO ALLE START UP: (QUASI) MAI AVERE FRETTA

«L'errore più frequente per una start up – conclude Francesco Sposato - è la fretta. Si rischia di non analizzare bene i bisogni della propria azienda e di risentirne negli anni». Il processo di studio e creazione che c’è dietro la brand identity non ha una durata prestabilita, a meno di richieste pressanti per una dead line: come per esempio il “go to market”, cioè andare in vendita con prodotti o servizi per rispettare impegni contrattuali già firmati. Voler terminare il prima possibile il lavoro sul brand, per non perdere tempo, è uno dei rischi maggiori per le imprese. Le conseguenze? Un posizionamento sbagliato sul mercato e la necessità di un rebrand nel giro di pochi mesi.

Upstream Clothes: case history

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BRAND IDENTITY FATTA IN CASA? L’ESEMPIO DI UPSTREAM CLOTHES

Una brand identity nata a costo zero all’interno dell’azienda: questa la storia di Upstream Clothes, marchio di abbigliamento streetwear nato nel 2013 dall’idea di Mattia Colombo e Ghilan Ghilardelli. Una storia “controcorrente” che si rispecchia nel business plan del marchio. «Siamo stati ore a parlare della nostra idea – spiega Mattia Colombo –, perché volevamo qualcosa di nuovo e che andasse nella direzione opposta rispetto a un mercato della moda già saturo di proposte. Upstream, parola spesso usata nel mondo della pesca, si lega all’immagine del salmone che risale lungo il corso del fiume, cioè all’andare controcorrente».

Il logo è stato disegnato da Ghilan Ghilardelli, che è anche il grafico dell’azienda: una U, le cui stanghette verticali rappresentano i fondatori dell’impresa, intrecciata con una S orizzontale. «La S così sembra un fiume attraversato da noi due», precisa il socio Mattia Colombo.

Per far conoscere il nuovo brand il team di lavoro ha sfruttato le conoscenze pregresse acquisite con altre esperienze lavorative: sono partita da 100 t-shirt distribuite in uno shop a Milano per arrivare, in tre anni, a fare quasi tremila capi a stagione. Social media e sito di e-commerce sono stati importanti per un brand legato al mondo dello sport e con un target giovane tra i 20 e i 35 anni. Ma fondamentali sono stati anche gli atleti e i deejay che hanno accettato di indossare i capi Upstream Clothes: anche in questo caso gratuitamente.

28 settembre 2016

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