Start up nella Silicon Valley, storie di due italiani di successo

Start up nella Silicon Valley, storie di due italiani di successo

Vedere il tg del futuro e trovare il coinquilino perfetto. Ecco come due idee sono diventate realtà. E qui trovate i consigli legali per il visto e i contratti di lavoro

Dall’Italia alla Silicon Valley con un’idea in testa: avere successo con una start up. Le difficoltà che hanno le neo-imprese innovative in Europa (ne parliamo in questo articolo) vengono spesso aggirate con un salto Oltreoceano. La culla statunitense delle start up offre maggiore facilità dal punto di vista burocratico, disponibilità di personale qualificato e condivisione di idee per portare avanti la propria idea d’impresa.

ADRIANO E FRANCESCO: LE LORO STORIE DI SUCCESSO NEGLI USA

«Negli Usa ho trovato l’ecosistema: una fitta rete tra mondo dell'università, della ricerca e dell'investimento che purtroppo dalle nostre parti sono strutture parallele destinate a non incontrarsi mai». Ad Adriano Farano, 36 anni di Cava dei Tirreni in provincia di Salerno, la Silicon Valley ha cambiato la vita. Arrivato a Menlo Park, in California, ha creato la sua Watchup, quella che lui stesso definisce «il telegiornale reinventato per Ventunesimo secolo», un’app per iPad e iPhone che reinventa il concetto di telegiornale e permette di avere in un'unica applicazione video-news di diverse emittenti.

Per la sua startup, è partito con soli 600 dollari, poi è riuscito a raccogliere finanziamenti per 1,5 milioni di dollari (fra gli investitori anche la Microsoft di Bill Gates). «Andare a Stanford è un biglietto da visita straordinario per poter incontrare investitori e imparare da altri investitori come cominciare un'attività imprenditoriale. Ne ho approfittato al 100% per creare Watchup», ha spiegato Adriano.

Flatmateme è invece la startup di Francesco Magagnino che aiuta a trovare il coinquilino perfetto, se vivi a San Francisco. La società è formalmente in Italia, ma il business è tutto negli States. La prima differenza fra Usa ed Europa è culturale: «In America è molto facile potersi confrontare con altre persone che hanno fatto start up di successo o che ne stanno facendo. C'è una predisposizione al confronto e all'abbattimento delle barriere di ruolo che è invidiabili a qualunque luogo».  Se poi vogliamo entrare nello specifico degli ambienti lavorativi «la grossa differenza che ho trovato confrontandomi anche con aziende Usa è la maggiore semplicità delle strutture organizzative, tutto è più rapido, le regole sono meno invasive», ha concluso Magagnino.

METTERE PIEDE NELLA SILICON VALLEY: OCCHIO AL VISTO

Ma le regole negli Usa ci sono ed è bene conoscerle. Ci aiuta l’avvocato Nicola Fiordalisi che è partner dello studio legale Bryan Cave a Chicago ed editore del blog “Investire negli Usa”. La normativa statunitense in tema di immigrazione, per esempio, è complessa. Per avere il visto “non immigrati” (da tre mesi a diversi anni per motivi di lavoro) della tipologia “lavorativa” bisogna puntare alle categorie E (E-1 per trade e E-2 per investment), H (temporary worker in a speciallty occupation) e L (intracompany transferee): sono quelli che permettono di lavorare negli Stati Uniti e di essere a tutti gli effetti un dipendente di una società americana.

«A prescindere dai requisiti di volta in volta richiesti per l’ottenimento delle diverse tipologie di visto è importante ricordare che la domanda, in ogni caso, non può prescindere ed è strettamente legata a una precisa e attenta pianificazione societaria, finanziaria e contrattuale tra l’investitore italiano e la società sussidiaria che si andrà a costituire negli Usa», spiega l'avvocato Fiordalisi.

CAPITOLO COLLABORATORI: QUALE CONTRATTO SCEGLIERE?

Dopo aver costituito una start up negli Usa bisogna decidere: assumere dipendenti (“employee”) oppure affidarsi a lavoratori autonomi (“independent contractor”)? «Generalmente, le società neocostituite preferiscono affidarsi agli independent contractors per svolgere delle attività specifiche per via della grande flessibilità che caratterizza questa tipologia di rapporto. Inoltre con questa tipologia di collaboratori la start up non è tenuta a versare payroll taxes (le tasse federali e statali) e corrispondere employee benefits (benefici accessori riconosciuti in forza del rapporto impiegatizio) come per i dipendenti», spiega ancora l’avvocato Nicola Fiordalisi che però ammonisce: «Negli Stati Uniti, classificare erroneamente un “independent contractor” porta al pagamento di penali molto costose».

22 dicembre 2016

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