Idee di business dagli Usa: i nuovi professionisti del riciclo

Idee di business dagli Usa: i nuovi professionisti del riciclo

Creare posti di lavoro dando una nuova vita agli oggetti usati. Tra i nuovi business dagli Usa quello che mette d’accordo hobbisti e consumatori

12 dicembre 2016

Sgravi fiscali a chi ripara invece di rottamare e acquistare nuovi prodotti: lo prevede una proposta di legge presentata a novembre 2016 in parlamento dal governo svedese. Lo scopo è incentivare la seconda vita di elettrodomestici per ridurre le emissioni di gas serra provocate dai consumi eccessivi. In Europa se ne parla in questi termini per la prima volta.

Chi ci guadagna dalla svolta “verde” con il riciclo non solo di prodotti elettronici, ma anche meccanici, tessili e di arredamento? Oltre ai cittadini, secondo il ministro svedese che ha proposto la legge, a guadagnarci sarà anche l'industria delle riparazioni che creerà nuovi posti di lavoro e occupazioni destinate a nuove professioni (ne abbiamo parlato in questo articolo).

L’ESEMPIO ARRIVA DALL’AMERICA CON I “RIPARATORI”

Negli Stati Uniti ci hanno già pensato con la Repair Association, la “lobby dei riparatori”, nata ampliando il lavoro della Digital Rights to Repair Coalition, il movimento che chiedeva di legalizzare le tecniche per sbloccare gli smartphone. Controcorrente e in netto contrasto con le multinazionali, il gruppo si occupa di promuovere una filosofia del riciclo e di sostenere piccoli imprenditori e consumatori che preferiscono aggiustare o modificare un vecchio prodotto rotto piuttosto che buttarlo via. Una strategia che va incontro a quella che si definisce “economia circolare” e rientra nel più ampio tema della sostenibilità (lo spieghiamo in questo video).

Solo negli Usa ci sarebbero circa tre milioni di “tecnici” capaci di riparare qualsiasi oggetto: dai telefonini ai frigoriferi, agli scanner e persino ai trattori. Il lavoro congiunto di questi professionisti ha permesso di recuperare milioni di prodotti destinati alle discariche dando un consistente supporto alla micro economia. Ecco perché l'associazione si sta battendo contro il monopolio dei grandi marchi che, sempre più spesso, impongono di utilizzare pezzi di ricambio originali, venduti dall'azienda stessa a caro prezzo, spingendo così i consumatori a fare un nuovo acquisto invece di sistemare il vecchio.

NUOVE PROFESSIONI GRAZIE AL “DIRITTO DI AGGIUSTARE”

L'obiettivo di The Repair Association è infatti quello di far diventare legale il “diritto all'aggiustare” rendendo più flessibile lo statuto che regola i metodi di accesso ai lavori coperti da copyright come quelli delle multinazionali. Ma, quali sono le richieste principali di questa “lobby dei riparatori” e come si potrebbero raccogliere anche in Italia per incentivare nuovi “professionisti del riciclo”?

1 - Libero accesso ai documenti

Al primo posto ci sono i consumatori, perché tutto da parte da loro e i vantaggi dovrebbero quindi essere dalla loro parte. Per tutelarli sarebbe necessario poter avere accesso alla documentazione tecnica e alla manualistica di riparazione che, oggi, è spesso relegata all'utilizzo esclusivo delle aziende produttrici. Lo scorso anno la Francia ha approvato una legge che richiede ai produttori di etichettare i prodotti con informazioni sulla disponibilità dei pezzi di ricambio. Qualcosa si muove: il dado è tratto.

2 - Possibilità di reperire e acquistare i pezzi

Nell'ottica della concorrenza, che aumenta la qualità del servizio riducendone i costi, è fondamentale poter reperire e acquistare liberamente ricambi, accessori e parti originali di un prodotto e poterli rivendere all'ingrosso o al dettaglio. In questo aspetto fondamentale l’e-commerce B2B: cioè poter acquistare all’ingrosso ma con la stessa “esperienza utente” del dettaglio. Un esempio? In Italia la start up The Color Soup che vende stoffa di varie tipologie con stampa personalizzata a partire da un metro lineare.

3 - Leggi per sbloccare i software (e condividere le idee)

In un mondo in cui la maggior parte delle attività utilizza strumenti elettronici, la legislatura dovrebbe riformare alcune norme in modo che sia permesso sbloccare e manipolare i programmi e i sistemi software elettronici. L’idea è quella di condividere le piattaforme: se vogliamo quello che il colosso svedese Ikea sta facendo da tempo mettendo online in formato pdf le istruzione per montare, smontare e rimontare i suoi mobili dando vita alla community di “Ikea hackers” che dagli scarti riescono, con fantasia e pochi soldi, a generare nuovi oggetti. Il web e i social network (con i video tutorial) sono piattaforme che in pochi secondi rispondono alla necessità di trovare soluzioni per chi ne ha bisogno.

4 - Promuovere attività orientate al riciclo

I concetti di riutilizzo e riparazione dovrebbero entrare a far parte della filosofia delle grandi aziende internazionali fin dalla fase iniziale di sviluppo e progettazione dei nuovi prodotti. Aggiustare oggetti rotti eviterebbe la produzione di tonnellate di rifiuti spesso potenzialmente pericolosi per l'ambiente. Un sogno? No, già oggi Apple ha in dotazione un robot capace in pochi minuti di smontare un iPhone e dividere tutti i componenti destinandoli al riciclo o al riutilizzo. O Renault Nissan con l’impianto industriale di Choisy-le-Roy, vicino Parigi, che ricondiziona ogni anno circa 60mila fra motori e altre componenti apparentemente giunti a fine vita. Questo è solo il primo esempio di cosa è possibile fare grazie all’Internet of Thing del quale parliamo in questo articolo.

5 - Favorire la creazione di posti di lavoro per i piccoli artigiani

L'attività di riparazione creerebbe una filiera di piccoli artigiani e commercianti specializzati nella fornitura di ricambi con un conseguente aumento dei posti di lavoro. A questo punto che scenario si apre per i nuovi professionisti? Uno studio della Ellen McArthur Foundation (centro di ricerca sull’economia circolare), realizzato da McKinsey, rivela che in Europa l'economia circolare può generare un beneficio economico da 1.800 miliardi di euro entro il 2030. In termini di “spinta” al PIL si ipotizza circa 7 punti percentuali in più. In termini di creazione di nuovi posti di lavoro incrementerebbe del 3% la produttività annua delle risorse. Con una riduzione dei costi per i consumatori del 40%: tanto è l’incidenza delle materie prime sul prezzo finale. E questo vale soprattutto per l’Italia, storicamente povera di materie prime ma ricca di ingegno.

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