Assunzioni? Ecco le nuove forme di contratto con il Jobs Act

Assunzioni? Ecco le nuove forme di contratto con il Jobs Act

Assunzioni a tempo indeterminato, collaborazioni, contratti a progetto, lavori part-time, apprendistato secondo il Jobs Act. Ecco i nuovi contratti di lavoro idopo la riforma voluta dal governo per semplificare e promuovere le assunzioni

Obiettivo: semplificare e rilanciare l'occupazione. Ma al solito, occorre un po' di attenzione per navigare tra le novità sul lavoro introdotte dal Governo con il Job Act, la legge delega per la riforma del lavoro approvata dal Parlamento all’inizio di dicembre 2014. La riforma cambia assunzioni a tempo indeterminato, collaborazioni, contratti a progetto, lavori part-time, apprendistato.

I CONTRATTI DI ASSUNZIONE

1. Per i nuovi assunti dal 7 marzo 2015 è attivo il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, ossia tutele che cresceranno con l’anzianità di servizio. Chi, tra i nuovi assunti, dovesse perdere il lavoro, può sperare nel reintegro soltanto in caso di licenziamento nullo o discriminatorio e nei casi di licenziamento disciplinare, ossia quando il giudice riconosca che la “mancanza” contestata non sussista. I licenziamenti per motivi economici prevedono un indennizzo crescente in base all’anzianità di servizio: due mesi di stipendio per ogni anno di lavoro prestato da un minimo di quattro mensilità fino ad un massimo di 24.

2. Il contratto di lavoro a tempo determinato non può superare i 36 mesi, nell’arco dei quali sono ammesse al massimo cinque proroghe. La quota massima di contratti a termine è fissata al 20% degli assunti a tempo indeterminato. Inoltre è garantito il diritto di precedenza all’assunzione a tempo indeterminato per chi è in azienda da più di sei mesi.

3. Il lavoro part-time non viene più diviso in orizzontale (meno ore ogni giorno), verticale (periodi a tempo pieno intervallati da periodi di non lavoro) o misto. Semplicemente viene indicata nel contratto la “durata della prestazione lavorativa e della collocazione dell’orario di svolgimento della stessa con riferimento al giorno, alla settimana, al mese e all’anno”. Il datore di lavoro può chiedere prestazioni di lavoro supplementare, oltre l’orario di lavoro concordato fra le parti, purché entro il limite del tempo pieno e non superiore al 25% delle ore di lavoro settimanali concordate (il lavoratore può rifiutare ove giustificato). Il lavoro supplementare viene retribuito con una maggiorazione del 15% della retribuzione oraria globale. La maggiorazione deve tener conto dell’incidenza della retribuzione delle ore supplementari sugli istituti retributivi indiretti e differiti.

4. Il lavoro intermittente (a chiamata) è previsto per chi ha meno di 24 o più di 55 anni per un tetto totale di 400 giornate in tre anni solari. Il limite però non è valido per i settori del turismo, dei pubblici esercizi e dello spettacolo. E sta creando diverse difficoltà a istituzioni di ricerca e cultura con attività stagionali o legate a progetti.

5. Le prestazioni di lavoro accessorio vengono pagate con voucher (buoni orari) del valore di dieci euro. La formula prevede che il lavoratore non possa accumulare, in un anno, compensi totali superiori ai 7mila euro e possa ricevere un massimo di 2mila euro da ogni singolo committente.

6. Numerose le novità per le collaborazioni. Dal 1° gennaio 2016 si applica la disciplina del lavoro subordinato a tutti i rapporti di collaborazione personali continuativi e organizzati dal committente (per esempio per quanto riguarda i tempi e i luoghi di lavoro). Ossia si trattano come lavoratori subordinati i co.co.co e le partita Iva. Restano invece le collaborazioni se definite da accordi nazionali sindacali stipulati da associazioni di categoria, quelle che fanno riferimento a professioni intellettuali con iscrizione a un albo, a componenti di organi di controllo e amministrazione delle società e per prestazioni a favore di associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni.

7. Tre le tipologie di contratto di apprendistato previste dal Job Act. Rimane il contratto “professionalizzante”, che serve, cioè, a imparare una professione, tra i 18 e i 29 anni. Viene introdotto il nuovo “Apprendistato per la qualifica e il diploma professionale, il diploma di istruzione secondaria superiore e il certificato di specializzazione tecnica superiore”. Si tratta di un contratto utilizzabile dai 15 ai 25 anni di età per 36 mesi (che possono arrivare a 48 in alcuni casi). L’apprendistato di alta formazione e ricerca, invece, non può più essere stipulato per il conseguimento di un diploma di istruzione secondaria superiore, ma rimane indirizzato alla formazione universitaria, all’attività di ricerca e al praticantato per l’accesso alle professioni che prevedono l’iscrizione a un ordine. I destinatari del contratto sono lavoratori dai 18 ai 29 anni in possesso di un titolo di scuola secondaria superiore, di un diploma professionale quadriennale integrato, di un certificato Ifts (Istruzione e formazione tecnica superiore) o del diploma di maturità professionale.

8. Sparisce la figura “dell’associato in partecipazione” come persona fisica che lavora direttamente nell’impresa. Resta la possibilità di associazione tra imprese.

MANSIONI: SI PUÒ SCENDERE IN BASSO

Sarà più semplice far passare il lavoratore da una mansione all’altra in caso di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale. Il datore di lavoro può modificare le mansioni verso il basso (de-mansionamento), ma lo stipendio deve restare lo stesso. Se il lavoratore è a part-time, il datore di lavoro può chiedere una prestazione supplementare, ma per non più del 15% delle ore.

BASTA DIMISSIONI IN BIANCO

Il lavoratore deve adesso dare le dimissioni per via telematica con moduli messi a disposizione dal Ministero del lavoro: si possono trasmettere anche facendo ricorso a patronati, sindacati, commissioni di certificazione e altri enti. La misura serve a rinnovare il divieto di dimissioni in bianco, storicamente un male endemico per liberarsi delle lavoratrici prima che affrontino la maternità.

NASPI, NUOVO SUSSIDIO PER I DISOCCUPATI

La Naspi (Nuova assicurazione sociale per l’impiego) riguarda tutti i lavoratori dipendenti che abbiano perso l’impiego e che hanno cumulato almeno 13 settimane di contribuzione negli ultimi quattro anni: hanno diritto a un sussidio pari alla metà delle settimane per le quali hanno versato contributi. La durata massima sale a 24 mesi nel 2015 e nel 2016; per il 2017 sono previsti 18 mesi. Il sussidio è commisurato alla retribuzione, ma non può superare i 1.300 euro mensili. Dopo i primi quattro mesi diminuisce del 3% al mese. L'erogazione della Naspi è condizionata alla partecipazione del disoccupato a iniziative per ritrovare lavoro o di riqualificazione professionale. Il nuovo sistema è meno favorevole, rispetto a quello attuale, per i lavoratori stagionali: chi lavora, ad esempio, sei mesi ne prende solo tre di sussidio.

18 novembre 2015

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