Un'Italia da rifondare sulla digitalizzazione

Un'Italia da rifondare sulla digitalizzazione

Nell'Unione Europea siamo al 25esimo posto su 28: il nostro ritardo sulla digitalizzazione non è soltanto tecnologico e culturale. È un vero freno allo sviluppo economico. Da colmare con un lavoro culturale urgente: su scuola e piccole e medie imprese

Digitalizzazione. A parte la difficoltà di pronuncia, una parola irrinunciabile. Non può essere altrimenti: è tra i temi all'ordine del giorno. E abbraccia un campo vastissimo che va dalla connettività (quanto è diffusa, rapida e accessibile la banda larga), alle competenze Internet, dall'utilizzo delle attività online, per informarsi, divertirci e fare shopping, allo sviluppo delle principali tecnologie digitali (fatture elettroniche, servizi di cloud, commercio elettronico, ecc.) fino ai servizi pubblici digitali, per la normale amministrazione come per la sanità e l'istruzione. A inizio febbraio l'Unione Europea ha fornito i suoi dati (riferiti soprattutto a 2013 e al 2014). E per l'Italia il quadro è disarmante: siamo al 25esimo posto tra i 28 Paesi dell'Unione europea, in un ritardo che penalizza, e gravemente, lo sviluppo economico e che non rispecchia nemmeno lontanamente la nostra posizione all'interno della Comunità. «Digitalizzazione vuol dire essere contemporanei», avverte Massimo Mantellini, giornalista, blogger e consulente per aziende private ed enti pubblici sullo sviluppo delle tecnologie digitali. «E quindi vuol dire fare le cose nel modo più utile possibile – prosegue -, spostando le informazioni dalla carta o dalle pellicole a un altro formato che permette di aggiungere facilmente altre informazioni».

È dunque “informazione” la parola chiave per capire il senso del digitalizzare e la sua utilità. «Digitalizzazione è anche il passaggio dal libro di carta all'ebook, ma questo non è certo l'ambito giusto per capire l'urgenza di un obbligo», aggiunge Mantellini. «Lo è, invece, il campo dei cosiddetti dati grezzi o big data. Per esempio, l'anagrafe digitale: da lì non si scappa. Evitare di farla, e rimandare ulteriori digitalizzazioni nei servizi, significa rimanere un Paese arretrato».

I dati europei parlano chiaro. Sempre nel periodo 2013-2014 l’Italia ha compiuto alcuni progressi digitali nel campo delle imprese, che però restano in gran parte “non digitali”. Molte potrebbero trarre grandi vantaggi da un maggior utilizzo dell'e-commerce (solo il 5,1 % delle Pmi vendono online, e il fatturato del commercio elettronico delle imprese italiane è pari soltanto al 4,8 % del fatturato totale). L’Italia è in ritardo anche per le connessioni Internet veloci (disponibili solo per il 21 % delle famiglie nel dicembre 2013, la peggiore copertura in tutta l’Ue; solo il 51 % delle famiglie è abbonato alla banda larga fissa, anche in questo caso la percentuale più bassa dell’Ue; appena il 2,2% degli abbonamenti a servizi di banda larga ha una velocità superiore a 30 Mbps).

Infine l’Italia registra bassi livelli di competenze digitali: abbiamo una delle percentuali più basse di utenti regolari di Internet nell’Ue (59 %). Ben il 31 % della popolazione italiana non ha mai usato Internet. In più soltanto il 42 % degli utenti di Internet fa uso dei servizi bancari online e il 35 % fa acquisti online. Questo è un vero freno all'economia, non soltanto a quella digitale. Nei servizi pubblici digitali l’Italia è più vicina alla media Ue, ma i servizi di eGovernment sono ancora scarsi. La colpa è in parte della insufficienza dei servizi pubblici online. In parte degli italiani stessi, navigatori non abbastanza abili.

Eppure il gap con il resto dei Paesi sviluppati va superato e al più presto. Proviamo a capire come.

TUTTI I RISPARMI DELLA DIGITALIZZAZIONE

Nel 2012 l'Osservatorio Fatturazione e Dematerializzazione della School of Management del Politecnico di Milano calcolò che un efficace processo di digitalizzazione, nelle imprese private e negli enti pubblici, avrebbe portato a un risparmio di 200 miliardi di euro. Una cifra impressionante, divisa tra 40 miliardi a vantaggio della pubblica amministrazione e 160 nel settore privato.

SPAZIO E LAVORO IN PIÙ

In Italia, al tempo dell'indagine, i documenti di business occupavano uno spazio fisico di 600 miliardi di fogli. Secondo l'Osservatorio, significavano 24 milioni alberi ed emissioni pari a 4 milioni di tonnellate di CO2. L'equivalente in formato digitale migliorerebbe i processi produttivi. E questo permetterebbe alle imprese di destinare i dipendenti ad mansioni, anche più creative. Il totale delle “ore uomo” convertibili ad attività più preziose sarebbe di 10 miliardi di ore l'anno.

IL PESO DELL’INFORMAZIONE

Come assicura Mantellini, il formato digitale aumenta lo spazio di raccolta di ulteriori informazioni: «Credo sia un punto cruciale per il lavoro delle piccole e medie imprese. Innovare e sviluppare talenti è necessario, ma lo è altrettanto informarsi su che cosa fanno altri competitor in tutto il mondo. La digitalizzazione permette di accedere a più informazioni e consente di scoprire se l'idea imprenditoriale che abbiamo appena concepito non sia già stata sviluppata da altri. In quel caso, si può comunque lavorare per migliorarla e farla fruttare».

GLI OSTACOLI DA SUPERARE

«I vantaggi della digitalizzazione sono prima di tutto nella comunicazione», avverte Mantellini. «Sapere che a Brindisi c'è una scuola superiore di eccellenza, magnificamente connessa in rete e capace di dare ai propri studenti la preparazione necessaria è certamente positivo. Ma credere che basti coltivare le nicchie, quando una persona su due, e non do un numero a caso, sostiene di non aver bisogno di Internet e della rete, è un errore. Bisogna partire dalla base, e cioè dalle scuole. Tutte, come sistema; non una qua e là come, appunto, Brindisi. È necessario un lavoro culturale sapendo che non c'è un ritorno immediato, anche in termini di popolarità per chi lo promuove. Ma non ci sono alternative».

18 novembre 2015

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