Export agroalimentare italiano: 50 miliardi entro il 2020

Export agroalimentare italiano: 50 miliardi entro il 2020

L’export agroalimentare italiano potrebbe raggiungere i 50 miliardi nel giro di pochi anni. Anche grazie a questi 10 prodotti d'eccellenza regionale

Agroalimentare, abbigliamento e arredamento: sono queste le tre “A” dell’export nazionale. Per quanto riguarda i prodotti alimentari siamo in un periodo storico definito come “la sfida dei 50 miliardi”: è il valore annuo che potrebbe raggiungere l’export italiano di agrifood fino al 2020. La stima è di Sace (Istituto per i servizi assicurativi del commercio estero), società del Ministero dell’Economia e delle Finanze che offre assicurazione e credito all'esportazione e agli investimenti italiani all’estero.

Attualmente l'Italia ha una quota nel mercato globale pari al 3,1%: ancora troppo poco rispetto a grandi esportatori e produttori che vedono al primo posto gli Usa con una quota del 10,3%. Ma dal 2007 l’export agroalimentare italiano è in crescita costante, allo stesso ritmo di Spagna, Francia, Usa e più di Cina e Germania. Inoltre, dal 2011 l’export italiano ha avuto un’accelerazione, con una crescita di +6,4%, rispetto ai +4,7% del triennio 2007-2010. Uno sprint negli anni più duri della crisi che ha conquistato soprattutto i mercati extra Unione europea con un ottimo +15%. Certo, sarebbe andata ancora meglio se non ci fosse stato l'embargo verso la Russia, decretato il 6 agosto 2014 e rinnovato quest'estate fino al 2016, per via della crisi ucraina.

Selezionando i dieci comparti di punta del nostro export agroalimentare (che rappresentano il 57% delle esportazioni agrifood italiane), i risultati sono in più molto eterogenei a seconda dei settori e comparti, con picchi di eccellenza per la pasta, l’olio d’oliva e i vini.

Ecco i 10 prodotti top del made in Italy alimentare con relative quote di mercato mondiali (elaborazioni Sace su dati UncomTrade):

1. Pasta (37,5%)

2. Olio d’oliva (25%)

3. Vini (19,3%)

4. Insaccati (11%)

5. Mele e pere (10,5%)

6. Formaggi e latticini (8,9%)

7. Ortaggi, legumi e frutta (7%)

8. Caffè (4,9%)

9. Cacao (4%)

10. Carni (2,2%)

Esistono margini di crescita: se i segnali di ripresa dovessero trovare conferma, l’esportazione agroalimentare italiana crescerà di oltre sette miliardi già nel 2015. Considerando che nel 2013 il valore era di 33 miliardi, vuol dire che entro il 2020 si potrebbe raggiungere la quota di 50 miliardi, sempre secondo la previsione di Sace.

Quali sono le aree geografiche dove aumentare l’esportazione? Gli esperti di Sace le hanno identificate elaborando un indice sui dati UnconTrade:

1. Gran Bretagna

2. Germania

3. Usa

4. Francia

5. Canada

6. Paesi Bassi

7. Giappone

8. Russia

9. Spagna

10. Belgio

Certo: una cosa sono le proiezioni e i desiderata. Una cosa la realtà effettiva. Come fare, dunque, per raggiungere davvero quota 50 miliardi di esportazioni entro il 2020 nell’agribusiness? E come distribuire gli obiettivi? In Europa, nella quale vigono regole e normative comuni e armonizzate, sarebbe possibile ottenere 4,8 miliardi di euro di maggior export. Nei Paesi oltre Atlantico si può arrivare a 1,4 miliardi. Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Francia possono contribuire da soli per circa 5 miliardi di euro di export aggiuntivo. Non vanno dimenticati poi i mercati emergenti: Cina, Hong Kong, Corea del Sud, Brasile, Polonia ed Egitto. Per la Russia, invece, il rinnovo delle sanzioni e il bando all’import di prodotti importanti hanno già provocato danni seri: la Coldiretti parla di 240 milioni di euro di mancato export nei prodotti agroalimentari tra agosto 2014 e agosto 2015.

In sintesi: occorre una strategia. Nei mercati maturi (Usa, Germania, Regno Unito e Francia) le imprese agroalimentari italiane dovranno diventare più competitive, il che significa scegliere canali distributivi adeguati, adottare nuovi strumenti di marketing e valorizzazione dei marchi e optare per modalità di pagamento vantaggiose. Nei mercati meno frequentati e conosciuti bisogna comprendere sempre di più le complesse dinamiche locali (finanziarie e politiche). Il made in Italy a tavola rappresenta un importante valore aggiunto, ma occorre comunicarlo in modo efficace, fin nel packaging, perché tra imitazioni e prodotti più a buon mercato, i nostri prodotti di qualità rischiano addirittura di venir penalizzati.

1 aprile 2016

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