Professionisti associati, ma non in società, per fare impresa

Professionisti associati, ma non in società, per fare impresa

La legge permette di fare impresa ai professionisti associati. I team sono necessari: allora perché non basta una norma per cambiare mentalità?

Si chiama Stp, Società tra professionisti, ed è stata introdotta con il decreto n.34 del 2013: è una società che riunisce professionisti iscritti agli albi professionali e, eventualmente, investitori. Finora, avvocati e commercialisti lavoravano in studi associati o da soli; i giornalisti nelle redazioni o come freelance e così via. Mentre un caso a parte erano da tempo le società di ingegneria.

STP: COMPETENZE E CAPITALI IN SOCIETÀ

La legge prevede che nella Stp possano coesistere i soci professionisti e quelli di capitali. I primi hanno le conoscenze e competenze tecniche, i secondi partecipano con un capitale di investimento. I soci di capitale possono possedere al massimo un terzo del capitale della società e devono possedere i requisiti di onorabilità (ossia devono rispondere a una serie di requisiti legali come la non interdizione). I soci professionisti devono essere iscritti ai loro albi e devono rispettare il codice deontologico dei loro ordini; la società deve essere a sua volta iscritta al registro delle imprese e all’albo professionale. Infine, ogni socio può appartenere a una sola Stp.

LA NOVITÀ SONO I SOCI DI CAPITALE

«Sembra strano ma quello delle Stp è prima di tutto un problema filosofico, più che tecnico», premette Franco Broccardi, dello studio milanese Lombard Dottori Commercialisti Associati. «Rispetto agli studi associati, la grande novità delle Stp è che ammettono soci di capitali e questo, ovviamente, cambia del tutto la natura delle associazioni tra professionisti. Un esempio: le istituzioni finanziarie possono ora entrare in queste società e offrire quindi ai loro clienti le consulenze di un team di professionisti di vario genere».

POCHE STP: LE RAGIONI

«Ma il punto è un altro: quante Stp sono nate in questi due anni? Poche. E perché? In parte perché la legge non nasce da una esigenza dei professionisti ma, pittosto, di chi era interessato a entrare con i capitali nelle società. In parte, e forse soprattutto, perché la cultura dei professionisti italiani resta individualista. Quasi l’80% degli studi è ancora individuali ed è una caratteristica disfunzionale che però riflette non solo l’atteggiamento dei professionisti ma anche quello delle imprese che richiedono i loro servizi».

PROFESSIONISTI E IMPRENDITORI: PREFERIAMO IL RAPPORTO TU PER TU

«In Italia passiamo dagli studi individuali (quasi tutti) a strutture di notevoli dimensioni (pochi): mancano, però, le strutture intermedie. Spesso è una questione di paura: da parte dei professionisti di perdere i loro clienti a vantaggio dei colleghi. Da parte degli imprenditori di non avere quel rapporto personale su cui fondano la loro fiducia: spesso il commercialista, l’architetto e l’avvocato sono ex compagni di scuola o di tennis, sono ereditati dal padre, sono amici di famiglia».

ISPIRIAMOCI ALLA CULTURA ANGLOSASSONE

«È una cultura che va superata, prendendo come esempio il mondo anglosassone. Ma anche, per quanto riguarda gli imprenditori, cambiando atteggiamento e aspettative. I commercialisti non devono avere come unica missione il risparmio fiscale o la predisposizione di bilanci ma fornire ai propri clienti gli strumenti per assolvere la propria missione che sia fare utili se si tratta di imprenditori o sviluppare i propri obbiettivi in caso di attività no profit. In sintesi: il commercialista non è “l’uomo del fisco” ma un professionista che accompagna la clientela nel proprio percorso e per far questo occorrono competenze diverse che una sola persona non può riassumere in sé. Viceversa: per i professionisti è sempre più necessario confrontarsi con colleghi che hanno esperienze e conoscenze differenti per poter offrire alla clientela un servizio qualitativamente adeguato. Sotto questo punto di vista ingegneri e architetti hanno già fatto percorsi più avanzati e hanno ben compreso che 1+1 fa sempre più di 2».

1 aprile 2016

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