Ttp, pro e contro: le 7 cose da sapere

Ttp, pro e contro: le 7 cose da sapere

Il Ttp, Trans-Pacific Partnership, apre nuove prospettive commerciali? Pro e contro: 7 cose da sapere sul trattato di libero scambio del Pacifico

Il 5 ottobre 2015 in qualche modo la Cina è stata circondata. Pacificamente. Stati Uniti, Giappone e altri dieci Paesi, americani e asiatici, che si affacciano sul Pacifico hanno stretto un accordo. Ci sono voluti quasi otto anni di trattative, ma alla fine 12 Paesi che in totale coprono il 40% della produzione mondiale si sono trovati d’accordo nell’abolire le barriere commerciali e nello stabilire regole comuni per la tutela dei lavoratori, dell’ambiente e per regolamentare l’e-commerce. Il Trattato va ancora approvato da singoli parlamenti ed è probabile che negli Usa costituirà uno dei temi della campagna presidenziale 2016. Ma cambierà davvero il commercio nel Pacifico? Limiterà la Cina e, soprattutto, danneggerà o aiuterà i nostri imprenditori?

CHI FA PARTE DELL’ACCORDO

I Paesi firmatari del Tpp sono Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Messico, Perù, Cile, Vietnam, Singapore, Brunei e Malesia. La Cina resta fuori. Non a caso, visto che l’obiettivo del Presidente statunitense, Barack Obama, era proprio contenerne l’espansione con una strategia che unisse tutti i competitors dell’area pacifica.

CHE COSA PORTA IL TPP

Alcuni passi dell’accordo sono davvero innovativi: Stati Uniti e Giappone, per esempio, non avevano mai stretto un accordo commerciale bilaterale. Il Giappone è entrato nelle trattative per il Tpp nel 2013 e ha subito chiesto di accordarsi separatamente per alcuni settori come il commercio di auto, riso e carne di manzo e di maiale. Questa attenzione dovrebbe in futuro cambiare le relazioni tra due dei maggiori attori mondiali dell’economia. In più dovrebbe migliorare l’integrazione tra le filiere produttive del Giappone e del Nordamerica.

Si è discusso delle quote minime di produzione locale di automobili e componenti automobilistici. La questione oppone i fabbricanti di componenti canadesi e messicani – che hanno prosperato per l’Accordo nordamericano per il libero scambio (Nafta) – ai produttori giapponesi, che pur molto presenti in Nordamerica, hanno ancora filiere produttive in Paesi che non hanno sottoscritto il Tpp, come Cina e Thailandia.

CHE COSA CAMBIA IL TPP PER GLI IMPRENDITORI ITALIANI?

«Per noi italiani e per noi europei in generale il Trattato cambia relativamente lo stato delle cose», spiega Davide Borsani, ricercatore dell’Ispi (Istituto di studi di politica internazionale) specializzato nell’area del Pacifico. «Il Tpp, come ha ricordato anche Carlo Calenda, vice ministro allo Sviluppo economico, «ossia l’accordo di libero scambio Usa-Pacifico è importante xke modifica gli standard della Tip (europa e Usa stanno negoziando). Certi standard adottati modificano inevitabilmente la politica Usa verso Europa: devono cambiare quelli in atto Per nostri imprenditori vantaggio e svantaggio. Teoricamente più facile per merci circolare (si ha base in un solo Paese pacifico)

CHE COSA STA FACENDO NEL FRATTEMPO L’EUROPA

«La grossa partita del Tpp, per noi, si gioca indirettamente. Quanto peserà questo accordo sulle stagnanti trattative per il trattato di libero scambio tra Usa ed Europa, il Ttip?», ricorda Borsani. «Per gli imprenditori italiani ed europei ciò conta più dell’area di libero scambio nel Pacifico. Il Tpp è per noi anche un incentivo a concludere trattati bilaterali con vari Paesi asiatici, a cominciare dal Vietnam, dove si è recato anche il presidente Sergio Mattarella, e poi con Giappone e Corea del Sud. Certo gli accordi bilaterali non equivalgono a una strategia unica ed efficace contro l’espansione cinese, che è ciò che Obama ha ottenuto con il Tpp».

UN VANTAGGIO PER I PRODUTTORI STATUNITENSI

«Secondo molti», prosegue Borsani, «il Tpp è un ampliamento Nafta, l’Accordo nordamericano per il libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico. Allarga l’area a una parte dell’Asia. Quindi non si tratta di una rivoluzione, ma di un miglioramento». Obama, che ha voluto l’accordo anche a fronte di una forte opposizione interna, l’ha esaltato così: «Livella il terreno di gioco per i nostri agricoltori, allevatori e industriali» e «dà ai nostri lavoratori l’equa chance di successo che spetta loro».

VERSO UN SALARIO MINIMO PER TUTTI

Ai Paesi che hanno aderito al Tpp potrebbe essere richiesto di introdurre un salario minimo e imporre alle aziende ambienti di lavoro più salubri. Dovrebbero inoltre introdurre divieti per tutti quei comportamenti che creano il lavoro forzato, come il sequestro del passaporto dei lavoratori migranti o l’imposizione di spese straordinarie di assunzione. In Vietnam, il governo dovrà per esempio permettere ai lavoratori una maggiore libertà sindacale. Questo renderà meno sleale la concorrenza verso i produttori occidentali ed europei poiché sono previste sanzioni per gli inadempienti. Bisogna vedere se davvero i Paesi aderenti si attiveranno.

PERCHÉ IL TPP PUÒ INFLUENZARE GLI SCAMBI VALUTARI

I produttori statunitensi, soprattutto quelli di auto, premevano perché nel trattato fosse inserito il divieto di manipolazione valutaria. Pur non arrivando a tanto, i Paesi aderenti si impegnerebbero a evitare svalutazioni competitive per aiutare i propri esportatori. Tutti i Paesi del Tpp appartengono all’Fmi, il Fondo monetario internazionale, e molti fanno anche parte del G20, organizzazioni che già regolano la manipolazione valutaria. L’obiettivo dei produttori statunitensi era ottenere standard più elevati, ma nessuno dei firmatari intende autorizzare sanzioni commerciali in caso di mancato controllo o in caso di manovre valutarie troppo azzardate.


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15 dicembre 2015

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