L’avvocato non va in Rete

L’avvocato non va in Rete

Sono ancora pochi gli avvocati e gli studi legali che hanno un sito. Colpa della tradizione, di un’interpretazione restrittiva della legge. Ma anche di resistenze psicologiche ed economiche

Nell’era dei mercati multimediali aprire un sito Internet per pubblicizzare la propria attività può sembrare una buona idea per qualsiasi professionista. Per chi fa l’avvocato, tuttavia, una vetrina personale in rete è una questione delicata, al crocevia tra esigenze di maggiore visibilità e il prestigio di una professione legata a una storia riservata e a norme particolari.

IL DECRETO BERSANI

«Il motivo per cui pochi avvocati e studi legali dispongono di un sito è semplice», spiega l’avvocato di Roma Nicola Marchitto. «La nostra cultura professionale ci ha imposto di non farci pubblicità. In più prima era davvero vietato: soltanto nel 2006 è stata liberalizzata, in varie forme, con il Decreto Bersani». Il decreto sulle liberalizzazioni di fatto stabilisce, per l’avvocato, la possibilità di pubblicizzare il servizio offerto e il prezzo delle prestazioni, rendendolo uguale a qualunque altro professionista.

IL CODICE DEONTOLOGICO FORENSE

«Anche in seguito, però», prosegue l’avvocato Marchitto «è stata la categoria stessa a intervenire in senso restrittivo». Il possesso di un sito è regolato dal Codice deontologico forense, che stabilisce che questo tipo di pubblicità debba essere «svolta con modalità non lesive del decoro e della dignità della professione». L’Ordine degli avvocati, assieme al Consiglio nazionale forense (Cnf), ha «stigmatizzano l’utilizzo della pubblicità al di fuori dei casi in cui sia informativa, cioè priva di contenuto meramente commerciale, nel qual caso viene aspramente contrastata».

IL DUELLO CON L’ANTITRUST

«È in corso un lungo contenzioso tra l’Antitrust e il Consiglio nazionale forense», spiega Marchitto. «Il Garante ha sanzionato con un milione di euro il Cnf per aver posto dei limiti alla pubblicità. Per esempio nel caso di un avvocato che avesse applicato, pubblicizzandolo, uno sconto del 15% rispetto al tariffario minimo, possibilità prevista dal Decreto Bersani. La questione è ancora irrisolta».

LIMITI SPECIALI

In generale, quindi, pochi avvocati pubblicizzano la propria attività attraverso un sito, avvertito come qualcosa di estraneo alla cultura forense. Inoltre, nonostante la liberalizzazione, c’è il timore di essere sanzionati con procedimenti disciplinari. E non è ancora tutto. In seguito al contrasto con l’Antitrust è stato abrogato in parte l’Articolo 35 del Codice deontologico, che imponeva agli avvocati di apparire su Internet a condizione che il dominio del sito fosse personale, impedendo così di aprire una pagina del proprio studio legale sui social network o qualsiasi altro sito di proprietà altrui.

QUALCOSA STA CAMBIANDO

Molti avvocati non si dotano di un sito anche per un’altra ragione, riprende Marchitto: «Per rendere il sito davvero utile è necessario renderlo compatibile con le norme Seo e quindi renderlo di facile accesso dai motori di ricerca. Per fare questo ci si rivolge a società specializzate, mettendo in conto un investimento economico non indifferente». In ogni caso, l’inevitabile “mercificazione” della professione che ne risulterebbe contrasta con una mentalità – superata per esempio negli Stati Uniti, dove è possibile perfino la pubblicità comparativa tra studi legali – che identifica nell’avvocato una professione “seria”, che se svolta con competenza non ha bisogno di autopromozioni.

Detto questo, anche in Italia sono sempre più numerose le imprese informatiche che offrono siti specializzati per avvocati. E sempre di più, sui siti legati al diritto e destinati agli avvocati, si sottolinea che il futuro degli studi medio-piccoli è legato a una migliore comunicazione (visto l’aumento della competizione). E la comunicazione, ormai, passa dalla Rete.

24 febbraio 2016

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