Il welfare che nasce in azienda

Il welfare che nasce in azienda

Dal dopoguerra è stato prerogativa dello Stato. Ora, soprattutto dopo l’approvazione della Legge di stabilità 2016, è in carico anche alle aziende più piccole. Con notevoli vantaggi fiscali

«Dalla culla alla tomba». Quando i laburisti inglesi inventarono il welfare, nel pieno della Seconda guerra mondiale, pensarono che ad accompagnare e a sostenere il cittadino dal primo all’ultimo passo dell’esistenza dovesse essere lo Stato. Più di settant’anni dopo - l’idea emerse nel 1942 - il ruolo dell’apparato pubblico appare in crisi quasi a ogni latitudine. Ma poiché tornare indietro non è più possibile, non resta che affidare la realizzazione del welfare ad altri soggetti.

Quelli più vicini a chi lavora nel privato, dopotutto, sono le imprese stesse, sia per la loro forza economica, sia perché il lavoratore vi passa il grosso della giornata. Ma qual è, in pratica, il ritorno per un’azienda che impieghi risorse nell’assicurare ai propri dipendenti servizi di assistenza un tempo prerogativa di organi e istituzioni pubbliche?

CONTENTI A METÀ

Un aiuto per capire lo stato del welfare aziendale viene da una ricerca svolta da Asam e Assiteca su 231 aziende, il 68% delle quali Pmi. Per il 48% dei lavoratori coinvolti, i servizi forniti sono mediocri o pessimi, mentre per il restante 52% il contesto è buono e propositivo. Una spaccatura (quasi) a metà. In realtà le aziende sostengono di voler sostenere il welfare su tre fronti e con tre obiettivi: per aumentare il benessere organizzativo (32%), per migliorare le relazioni con i dipendenti (17%) e per fidelizzarli (14%). Ridurre l’assenteismo, ottenere sgravi fiscali, migliorare la reputazione dell’azienda e altre voci si disperdono in percentuali minime. Quanto ai lavoratori, le agevolazioni più gradite riguardano essenzialmente quattro aree: cure sanitarie, cibo e pasti, famiglia (dagli asili nido alle borse di studio), assicurazioni e servizi bancari. Il consenso complessivo intorno a questi quattro punti è del 73%.

NON SOLTANTO VANTAGGI ECONOMICI

La percezione del welfare aziendale così spaccata tra chi l’apprezza e chi si sente deluso può offuscare i benefici della sua introduzione in azienda o dell’ampliamento dei servizi, per quelle imprese che già lo offrano. E non si tratta soltanto di benefici economici: il Secondo rapporto sul secondo welfare in Italia, presentato nel novembre 2015, ha evidenziato che le ragioni che spingono l’azienda a offrire maggiori servizi ai dipendenti siano legate anzitutto al miglioramento del clima aziendale e alla performance di impresa. Insomma, si tratta di una leva motivazionale destinata a far sentire collaboratori e dipendenti parte di un progetto comune. È minore, invece, l’attenzione delle aziende sulle occasioni di risparmio legate, da un lato, alla normativa fiscale (agevolazioni per l’azienda e per il dipendente) e dall’altro al contenimento del costo del lavoro. Ovvero, la fornitura di servizi di welfare come alternativa a eventuali aumenti salariali. Vantaggi che però - è bene ricordarlo - sono alcuni dei plus più immediati sui quali le imprese possono contare.

IL WELFARE NEL PATTO DI STABILITÀ

Il welfare aziendale come volano di effetti positivi è stato al centro delle recenti decisioni politiche. L’art. 12 della legge di stabilità votata a fine dicembre 2015 ha introdotto una disciplina tributaria specifica per la promozione del welfare aziendale, che, finora, era riservato a poche grandi aziende. Fatta eccezione per alcuni servizi, come asili nido e borse di studio per i familiari, l’offerta più consistente di welfare aziendale può realizzarsi entro limiti rigidi: deve avvenire attraverso opere e servizi; e soprattutto deve avvenire unilateralmente da parte del datore di lavoro, non è quindi contrattata con i sindacati, o almeno non deve apparire come tale.

Con la legge di stabilità 2016, tutti i servizi di welfare aziendale contrattati con i sindacati sono esenti da tasse e, fino al limite previsto di 2.500 euro annui per ogni lavoratore, l’Agenzia delle entrate non deve più preoccuparsi che le imprese sostituiscano salario (tassato) con welfare (esente dalle tasse). Entro quella somma, l’azienda può pagare in servizi invece che in salario. Anzi, è il lavoratore stesso che può decidere se il suo premio di produttività debba essere pagato cash (in questo caso si applica un’imposta sostitutiva del 10 per cento) oppure in welfare (esente da tasse). Non è necessario che l’azienda fornisca servizi diretti, può ricorrere a voucher, che potranno essere spesi solo presso fornitori di servizi accreditati (per esempio asili nido o servizi di assistenza agli anziani). L’obiettivo è diffondere il welfare aziendale anche tra le imprese più piccole.

24 febbraio 2016

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