Patto di famiglia, tassazione al minimo con la legge 55/2006

Patto di famiglia, tassazione al minimo con la legge 55/2006

Con il patto di famiglia si può stipulare un atto con il quale pianificare in vita il passaggio generazionale dell’azienda. Con vantaggi sulla tassazione

Una delle regole più importanti del nostro diritto privato è il divieto di patti successori. Lo stabilisce l’articolo 458 del Codice Civile, la cui sostanza è chiara: sull’eredità non è possibile fare accordi. O c’è un testamento, dove la volontà di chi decide il destino delle proprie cose è unilaterale; o se il testamento manca o è invalido, si applicano le regole della successione legittima, che tutela coloro i quali hanno diritto a ereditare da chi non c’è più.

Nella realtà delle imprese, in particolare quelle medie e piccole, il divieto dei patti successori non va d’accordo con la legittima esigenza dell’imprenditore di passare l’azienda a qualcuno della propria famiglia senza dover ricorrere a una successione. Tra questa legittima esigenza e la tutela dei legittimari il diritto privato ha sempre privilegiato questi ultimi. Lo ha fatto fino al 2006, quando è stato introdotto l’istituto del patto di famiglia. Ancora poco conosciuto e usato in Italia come ricorda la Cgia di Mestre nel primo numero del 2016 della rivista “Tutto Impresa”.

PATTO DI FAMIGLIA: DI COSA SI TRATTA

La disciplina dei patti di famiglia è contenuta nella legge n. 55 del 2006, e detta le regole per il trasferimento dell’azienda all’interno della famiglia dell’imprenditore. Gli articoli di riferimento vanno dal 768-bis al 768-octies del Codice Civile, e sono una netta eccezione al diritto successorio, proprio perché ne toccano due principi fondamentali: l’intangibilità della quota di legittima e, appunto, il divieto dei patti successori.

In termini molto semplici, il patto di famiglia è un contratto. Le parti sono l’imprenditore e i suoi discendenti (uno o più), che si accordano sul trasferimento dell’azienda dal primo ai secondi senza alcun corrispettivo. Questo meccanismo potrebbe ledere le aspettative dei legittimari esclusi dal patto, che quindi potrebbero lamentarsi e agire per non essere svantaggiati. Ecco perché il patto di famiglia è un contratto da concludere per atto pubblico, al quale partecipano tutti i soggetti legittimari come se, in quel preciso momento, si aprisse la successione del patrimonio dell’imprenditore.

Inoltre, chi si vede assegnata l’azienda deve liquidare agli altri legittimari con una somma di denaro uguale al valore delle quote di legittima; se a costoro sono assegnati dei beni, questi vanno conteggiati sottraendoli dalle quote che loro spettano.

I VANTAGGI SUL PIANO FISCALE

Il patto di famiglia comporta un immediato vantaggio fiscale: non è tassato. Più precisamente, non è gravato dall’imposta sulle successioni e sulle donazioni. Lo stabilisce una norma precedente alla legge 55, e contenuta nel decreto legislativo 346 del 1990. L’esenzione è regolata diversamente a seconda che il patto di famiglia trasferisca l’azienda o suoi rami, oppure partecipazioni sociali. In questo ultimo caso, infatti, ci sono da considerare due dettagli.

Il primo riguarda il caso in cui il patto trasferisca quote sociali in società di persone: l’esenzione si applica in ogni caso, e nulla importa se le partecipazioni trasferite assicurino a chi le detiene il controllo della società. Se invece il patto trasferisce quote sociali o titoli azionari in società di capitali, l’esenzione opera la partecipazione consente di acquisire la maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea ordinaria, e quindi in controllo della società.

Un’altra condizione per ottenere il beneficio dell'esenzione di imposta riguarda chi riceve l’azienda: costoro, infatti, devono proseguire l’esercizio dell’attività d’impresa o detenerne il controllo per almeno 5 anni dalla data del patto. Per rinforzare quest’obbligo, è previsto che alla conclusione del patto essi presentino una dichiarazione di volontà riguardante le condizioni appena viste. E se queste non venissero rispettate, la conseguenza sarebbe triplice: pagamento dell’imposta ordinaria, sanzione amministrativa, interessi di mora.

LEGGITTIMARI NON ASSEGNATARI

Parlando di patto di famiglia, dobbiamo necessariamente parlare di chi partecipa -- per legge -- all’atto pubblico con cui si stipula il patto di famiglia, ma non riceve alcunché dell’azienda. Su costoro si verificano tre ipotesi:

  • hanno ricevuto la liquidazione della quota di legittima a in denaro o in natura da parte dell’imprenditore;
  • hanno ricevuto denaro o beni da parte di coloro ai quali l’azienda è stata trasferita;
  • hanno rinunciato alla liquidazione della quota.

Nel primo caso, si applica il decreto legislativo 346 del 1990: siamo nel campo delle donazioni e delle successioni, e quindi c’è da pagare la relativa imposta. Nel secondo caso, invece, non entriamo in quello stesso campo ma in uno disciplinato da un testo unico (131/1986) sull’imposta di registro: l’aliquota da versare è del 3%. L’imposta di registro, infine, si applica integralmente al terzo dei casi che stiamo vedendo, disciplinati sempre dal testo unico appena citato.

Tornando alle esenzioni, merita di essere citato il caso in cui il patto preveda il trasferimento di beni immobili, per i quali sono necessarie operazioni di voltura e trascrizione catastale: bene, queste operazioni non sono soggette all’imposta ipotecaria e catastale.

LO SCIOGLIMENTO DEL PATTO

Diversamente dai diamanti in un celebre spot, un patto di famiglia non è per sempre. Essendo un contratto, può essere sciolto. Su questo punto manca una regola che dica espressamente se l’esenzione dall’imposta ci sia o meno, e c’è stato bisogno di ricorrere all’interpretazione. La regola che si è affermata non prevede l’esenzione. Lo scioglimento del patto, infatti, equivale a trasferire  nuovamente l’azienda o le partecipazioni sociali all’imprenditore secondo la disciplina delle donazioni. Quindi, si applica la relativa imposta. Inoltre, lo stesso atto di scioglimento è gravato dall’imposta di registro.

In altre parole: una volta che il patto c’è, conviene tenerselo.

21 aprile 2016

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