Fusioni tra aziende: ecco perché sono necessarie

Fusioni tra aziende: ecco perché sono necessarie

Le fusioni tra aziende sono complicate. Ma anche una soluzione per le PMI che vogliono restare competitive. Gli errori da evitare

Il mercato nazionale delle fusioni e acquisizioni tra aziende rimane piccolo: vale il 2% del PIL ed è pari a 37 miliardi come peso medio dal 2008 fino alla fine 2015. Gli altri Paesi europei procedono da anni a tappe serrate: in Francia e Spagna le acquisizioni valgono tra il 5 e il 6%. Al traino c’è sempre la Gran Bretagna dove il rapporto è dell’11% e il mercato vale 230 miliardi. Questi dato sono stati diffusi con l’analisi “M&A e creazione di valore” realizzata da Kpmg e Sda Bocconi. Dove “M&A” sta per “mergers and aquisitions”, cioè fusioni e acquisizioni tra aziende.

Secondo il Sole 24 Ore le fusioni e acquisizioni realizzate in Italia negli ultimi anni riguardano aziende medio-piccole nei settori della meccanica, packaging, domotica, information technology, logistica comunicazione, software e piccole aziende altamente innovative come le start up. «L’M&A determina spesso un salto di qualità per le imprese in termini di innovazione, crescita manageriale, inserimento di giovani laureati, internazionalizzazione. In una parola fa bene alla competitività delle imprese e al mercato di origine», osserva al Corriere Economia Domenico Fumagalli, senior partner e coordinatore della rete di Kpmg in Italia: «I dati della nostre ricerche dimostrano che bisogna rompere gli indugi, perché l’M&A, se fatto con metodo, crea valore e favorisce la crescita».

FUSIONI VINCENTI: ECCO GLI ESEMPI ITALIANI

La ripresa delle nostre aziende passa anche dalla possibilità di stimolare la crescita dimensionale delle tante medie imprese di eccellenza che abbiamo nel nostro tessuto produttivo. L’esempio viene da 127 imprese prese in esame dal report di Kpmg in Italia che da almeno un decennio fanno acquisizioni in modo sistematico e hanno comprato in media 8,9 aziende a testa. Come Industrie De Nora, la Sol della famiglia Fumagalli, Guala closures, la Coesia di Isabella Seragnoli, Emmeci, Campari, Recordati, Brembo, Valvitalia e Amplifon. Tutte hanno tracciato la roadmap della crescita in Italia e all’estero seguendo il filo rosso delle opportunità di acquisizione. Il risultato? Hanno un margine operativo lordo del 15%, superiore del 60% alla media del loro settore. E questo, mantenendo un rapporto tra debiti finanziari netti e il patrimonio netto di 0,45. Anche le aziende che fanno acquisizioni episodiche traggono comunque beneficio dallo shopping: registrano una redditività superiore al 50% della media.

NON SOLO GIOIE: CI SONO ANCHE DOLORI

Ma le fusioni e acquisizioni non sono mai operazioni semplici. Emilio Galli Zugaro, presidente di Methodos (società di consulenza molto attiva nel supporto ai processi di cambiamento organizzativo e culturale delle imprese) fa sapere che otto operazioni su dieci falliscono. Senza portare benefici in termini di sinergie, di riduzione di costi e di ampliamento di quote di mercato per le nuove realtà che si creano dopo un’integrazione societaria. Il report è stato pubblicato a marzo 2016. Le difficoltà nascono anche quando, a monte di valutazioni corrette da parte del management e degli imprenditori, non ci sono attori che riescano a guidare il cambiamento. Carenze nel management e nella mancanza di figure di raccordo deputate a gestire la transizione senza troppi patemi. Lo dice  sempre Emilio Galli Zugaro in un’intervista su Corriere Economia del 21 marzo 2016.

IL MANAGEMENT È PRONTO PER GESTIRE LA FUSIONE?

I problemi delle acquisizioni nascono soprattutto in ambito organizzativo. «I meccanismi di trasmissione delle decisioni sono calibrati su alcune figure chiave manageriali che si trovano a doversi confrontare con altri (e diversi) interlocutori, magari incontrati qualche volta durante la fase di trattativa e nulla di più. La comunicazione finisce così per diventare una leva strategica, nel processo di integrazione», dice Galli Zugaro che punta il dito anche sui colletti bianchi: «Management poco internazionali, spesso retaggio di un capitalismo familiare poco avvezzo ad andare all’estero, si mettono al timone di nuove società senza avere la necessaria caratura per gestire una struttura che può diventare elefantiaca e iper-pletorica».

“TREND IS YOUR FRIEND”, MA VIETATO AVERE FRETTA

Le acquisizioni, per avere successo, devono essere un programma di lungo termine. Dall’inizio dell’anno però si percepisce nei dati di Kpmg un’inversione di rotta: il volume complessivo dell’M&A in Italia ha registrato un’espansione dell’11,7%, che si confronta con una contrazione dell’8% a livello europeo. «In un mondo dove la crescita è ormai più bassa che in passato, è più economico comprare aziende, e quindi quote di mercato, piuttosto che creare ex-novo», osserva Stefano Proverbio, il consulente d’azienda ex McKinsey che a fianco del collega Roger Abravanel ha lavorato alla ricerca.

6 giugno 2016

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