Conseguenze Brexit, professionisti e PMI: cosa aspettarsi

Conseguenze Brexit, professionisti e PMI: cosa aspettarsi

Il divorzio più complicato del mondo: a marzo 2017 iniziano le manovre per la Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Ue. Ipotizziamo le conseguenze

La roadmap per la Brexit è tracciata: a marzo 2017 la premier britannica Theresa May chiederà l’attivazione della procedura di uscita dall’Unione europea prevista dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona. È la conseguenza del voto del referendum del 23 giugno 2016, che per una manciata di voti (52% favorevoli all’uscita, 48% favorevoli alla permanenza) ha visto prevalere la voglia da parte dei cittadini britannici di abbandonare l’Ue.

Nel 2019, dopo un paio di anni di trattative a Bruxelles in sede comunitaria, Londra dovrebbe lasciare l’Ue. Sarà un’uscita morbida – cioè con delle aperture verso gli ex partner europei – o dura come viene ipotizzato con la “hard Brexit” di recente confermata dalla premier britannica?

La realtà è che l’esclusione dal mercato unico europeo (una conseguenza del divieto di libera circolazione dei cittadini stranieri) farà entrare il Regno Unito in una zona inesplorata. Quali invece le conseguenze della Brexit per le piccole e medie aziende italiane e i professionisti?

HARD BREXIT: QUESTE LE PREVISIONI NEGATIVE

La Gran Bretagna fa parte dell’Unione europea dal 1973 e anche del Mercato europeo unico (Mec) anche se non ha mai aderito alla moneta comune (l’euro) e mantenuto la sterlina. La Gran Bretagna opera senza barriere commerciali all’interno dell’Ue per lo scambio di merci, servizi e forza lavoro.

«La decisione del Regno Unito di lasciare l'Ue avrà probabilmente un impatto negativo sulla zona euro, almeno nel breve periodo»: lo scrive in una nota, datata fine giugno 2016, Stefan Bruckbauer che è il capo economista di Bank Austria del Gruppo UniCredit.

L’esperto si aspetta inoltre che a causa della Brexit sarà necessario abbassare le previsioni economiche per la crescita dell’Eurozona da 1,6 all’1 per cento nel 2017. Questo perché la Gran Bretagna è il secondo partner commerciale delle nazioni con la valuta unica europea dietro gli Usa con una quota del 13,5%. Per il nostro Paese, l’interscambio commerciale con il Regno Unito vale 33 miliardi. Che orizzonti si delineano nel caso di una “hard Brexit” nel giro di due anni?

Maggiore pressione fiscale sugli stati membri che restano nell’Ue. Ogni Paese versa una somma di denaro nelle casse dell’Unione europea con una quota stabilita in funzione proporzionale al PIL. La Gran Bretagna, come Germania e Francia, è tra i membri Ue che registra il PIL più alto. Con la Brexit si dovrà compensare la quota mancante a carico degli altri Stati. Questo lascia intravedere all’orizzonte dopo il 2019 un ulteriore carico fiscale e questo renderà complicato diminuire quello a carico delle aziende e liberi professionisti.

Londra sarà ancora la capitale europea dell’innovazione e della multiculturalità? Inutile girarci intorno: la Brexit non piace ai cittadini della capitale del Regno Unito, che infatti avevano votato per restare nell’Ue. Da anni Londra attira capitali e idee innovative; lungo le rive del Tamigi nascono start up e l’arrivo di lavoratori e studenti dall’Europa è continuo. Con una “hard Brexit” facile prevedere unesodo verso Parigi, Berlino, Dublino e anche Milano. Con costi ovviamente alti per la ricollocazione del business e anche per l’assunzione di nuovo personale.

Aumento della tassazione applicata ai rapporti economici con paesi extra-comunitari. In parole povere: aumento dei costi di import e export. Con dazi doganali e imposte di frontiera, che non esistono per i membri della Ue. Anche per professionisti e piccole aziende l’impatto si farà sentire con costi più alti per ottenere risultati a bilancio come quelli attuali. Anche per chi vende beni o servizi via e-commerce.

Tornano passaporto, visto e tutta la documentazione di frontiera. Ovviamente non si potrà più viaggiare liberamente con la sola carta d’identità in direzione Gran Bretagna dai Paesi membri dell’Ue. E viceversa: i britannici che vogliono venire per lavoro o vacanza in Italia devono avere tutta la documentazione regolare. Potrebbero esserci negoziati nei prossimi due anni per creare eccezioni. Ma l’ipotesi di “hard Brexit” lascia al momento poche speranze. I più svantaggiati? I liberi professionisti e le società di consulenza che si muovono tra le capitali economiche e le aree industriali in Europa.

Aumento del rischio per la protezione della proprietà intellettuale. All’interno dell’Ue c’è un sistema unificato che regola la registrazione e la protezione di marchi, brevetti e copyright dei suoi stati membri. Cosa rischia chi ha depositato a livello europeo, ma non  a livello mondale dopo la Brexit? Aziende con base britannica potrebbero violare la proprietà intellettuale se non diversamente regolamentato da Londra. La soluzione? Il copyright internazionale, ma è un’ulteriore spesa per liberi professionisti e PMI.

Dati conservati nel cloud in Gran Bretagna? Occhio. Anche in questo caso bisogna seguire i negoziati dei prossimi due anni. Al momento il trattamento e la conservazione dei dati personali sono normati da una legislazione europea. Ma dal 2019 è bene considerare che queste leggi potrebbero non riguardare più la Gran Bretagna, che invece potrebbe normare una nuova disciplina completamente autonoma. Spostare i dati sensibili da un server Oltremanica ha dei costi. Soprattutto per chi opera nel settore della vendita di servizi e beni online.

ANCHE IN CASO DI BREXIT CI SONO ALTERNATIVE VALIDE

I segnali economici sia a Londra sia nel resto della Gran Bretagna restano contraddittori in attesa della Brexit. L’occupazione e i consumi finora hanno retto. Ma la sterlina rimane sotto pressione e lo sarà ancora per parecchi mesi. Dollaro, yen e franco svizzero approfittano di questa debolezza per affermarsi e continueranno a farlo in futuro. Gli analisti di Bank Austria stimano la discesa della sterlina fino a 0,90 euro entro la fine del 2016 con la moneta comune in oscillazione tra i 1,10 e 1,12 nei confronti del dollaro.

In conclusione una notizia rassicurante per noi europei: la Brexit da sola non dovrebbe destabilizzare la zona euro e mettere in crisi l’Unione. Lo specificano gli economisti di UniCredit nella nota diffusa da Bank Austria. L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea non metterà in pericolo anche la ripresa economica nel lungo periodo. Necessario fin da ora preparare un piano alternativo e guarda a nuovi mercati come per esempio quelli dell’ex blocco sovietico (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Bulgaria) o gli Stati Uniti d’America come ha spiegato in questo articolo Luciano Cenedese che è Head of UniCredit International Center Italy.

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28 ottobre 2016

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