Calzature DIS, le scarpe artigianali su misura nascono sul web

Calzature DIS, le scarpe artigianali su misura nascono sul web

Far ripartire l’economia della “shoes valley” marchigiana grazie a un configuratore 3D. L’innovazione delle calzature DIS ha contagiato gli artigiani

L’avventura di DIS, Design Italian Shoes, nasce in provincia di Macerata, nel cuore del distretto calzaturiero artigiano. La qualità del made in Italy per la scarpa su misura (qualità, passione per il dettaglio, lavorazione rigorosamente fatta a mano) aveva bisogno di fare un salto di qualità dal punto di vista di business model. I fratelli Carpineti con il socio Luconi hanno creato una piattaforma digitale con la quale mettere in contatto clienti e artigiani. Ne abbiamo parlato con Andrea Carpineti (30 anni, nella foto a destra in abito lilla), chief executive officer di DIS.

Qual è l’idea alla base del modello di business proposta da DIS?

«L’idea alla base di DIS è innovare il settore della calzatura made in Italy. Nella zona di Macerata ci sono circa 3mila artigiani in soli 30 chilometri. Ma sono realtà di bottega piccole e non riescono a mettere in vendita i loro prodotti sul web e tantomeno andare a venderli all’estero. La scintilla in spiaggia d’estate leggendo un libro sull’innovazione applicata al business model aziendale».

Innovazione significa l’uso di internet come fatto strategico?

«L’innovazione non è solo il web. Chi vende usa internet da anni e anche con soddisfazione. L’idea è vendere un prodotto artigianale usando i canali offerti da digitale».

Il punto di forza dell’innovazione DIS qual è?

«Il processo di creare la propria scarpa ideale. Scegliere gli abbinamenti, i pellami, misurare il piede. Dall’immaginazione alla realtà con il configuratore 3D grazie a rendering realistici».

45 milioni di combinazioni per fare una scarpa su misura: è il configuratore 3D il vero cuore dell’innovazione?

«I nostri clienti e investitori vedono l’innovazione di DIS applicata al configuratore 3D per modellare la scarpa su misura. Ma per noi non è quella: l’innovazione è stato andare a bussare alle porte dei laboratori artigianali, uno per uno, e spiegare il nostro progetto».

Come hanno risposto gli artigiani che avete contattato?

«Abbiamo trovato tante porte chiuse nonostante un gran lavoro di scrematura iniziale fatto per capire chi era in target per diventare un fornitore. La prima grande difficoltà è stata quella di fare un lavoro di scouting di artigiani disposti a innovare il proprio modello di business e a fare quindi impattare la tecnologia all’interno del proprio processo produttivo. Il nostro di DIS è basato su un servizio pay-to-order, quindi è il cliente ordina la scarpa personalizzata e questa viene realizzata completamente a mano da parte degli artigiani. Non 200 scarpe, ma solo una: quella su misura».

Poi la svolta: chi ha dato fiducia al vostro progetto?

«Un laboratorio artigianale ci ha dato fiducia e grazie al loro entusiasmo nel diventare nostro partner siamo partiti. Si tratta della classica realtà familiare arrivata alla seconda generazione e con manager di circa 40 anni che hanno capito la nostra proposta perché era una delle loro necessità per rimane sul mercato: innovare con la digitalizzazione e vendere anche all’estero. Con loro abbiamo affinato il nostro piano a tavolino».

Il passaparola con le “voci di paese” vi ha aiutato?

«Qui in questo distretto produttivo e tra le vie dei paesi c’è voglia di fare. La gente per prima ha capito la potenzialità di un progetto del genere e ci ha dato tanto supporto con l’entusiasmo e spronandoci ad andare avanti».

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La provincia italiana è al passo con le infrastrutture digitali?

«I problemi ci sono, inutile negarli. Ma esistono anche le soluzioni e non bisogna fermarsi davanti alle difficoltà. Per esempio il paese dove abbiamo gli uffici (Montecosaro in provincia di Macerata; Ndr) non è raggiunto dalla banda larga. Però abbiamo risolto il problema con la connessione satellitare. Non molti lo sanno, ma internet veloce si può avere davvero ovunque con questo sistema».

L’artigianato italiano ha un futuro?

«L’artigianato ha futuro e quello italiano ha un futuro anche migliore rispetto ad altri Paesi grazie al patrimonio storico dei nostri laboratori. Ma va fatto il salto al livello superiore: sempre più qualità per difendere il made in Italy dai prodotti di massa, innovazione nei processi di business model a partire dalla vendita sul web e l’internazionalizzazione per arrivare a un potenziale bacino di clienti che già esiste e deve solo conoscere i prodotti artigianali italiani per acquistarli.

Il business model di DIS punta a una nicchia del mercato: come l’avete trovata?

«Ci siamo immedesimati nel cliente tipo per capire i confini del nostro business. I social network sono stati indispensabili per la configurazione del target di riferimento. Soprattutto Facebook. Abbiamo usato un budget molto ragionato senza bruciare somme ingenti in ricerche di mercato».

Un budget che avete invece investito nel configuratore 3D del sito di DIS?

«Il configuratore 3D è stato sviluppato dal nostro esperto digital che è Michele con la sua società. Prima di diventare socio lo abbiamo coinvolto per capire come sviluppare quello che è ancora adesso il cuore del sito di DIS per i clienti che richiedono una scarpa su misura».

Torniamo al web: oltre Facebook come avete costruito la notorietà del marchio?

«Sul web oltre le campagne su Facebook abbiamo usato la classica pianificazione di Ad Words. Per costruire la brand awareness abbiamo invece usato i canali classici della stampa cartacea con magazine specializzati e anche online con siti dedicati alla moda e stili di vita al maschile.

Come vanno le vendite all’estero delle scarpe su misura di DIS?

«Le vendite all’estero sono ancora irrilevanti rispetto al mercato italiano. Però siamo pronti a sbarcare negli Usa con un piano integrato di comunicazione e di lancio con una campagna di raccolta di fondi su Kickstarter, la piattaforma di crowdfunding che serve anche come ottimo veicolo di pubblicità per un progetto in fase di start up».

Tre consigli per chi vuole investire come voi in una nuova attività?

«Il primo è valido per tutti: lasciatevi contaminare e non chiudetevi nel vostro progetto. La gelosia non serve per evolvere il business. Perciò condividete e innovate. Secondo consiglio: ragionate a piccoli step e validateli sempre. Serve per non fare il passo più lungo della gamba e quindi valutare bene i perimetri dell’attività. Ultimo consiglio rivolto agli startupper: lavorate in team e non isolatevi. Mettevi in gruppi e associate le competenze per fornire un supporto valido e completo alle aziende che richiedono servizi innovativi».

1 aprile 2016

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