Mi Games, da Milano al Rwanda lo sport per tutti è in piazza

Mi Games, da Milano al Rwanda lo sport per tutti è in piazza

Davide Ardizzone è il giovane Ceo della start up di eventi sportivi. Dopo due edizioni di MI Games ha esportato il suo format da Milano al Rwanda

MI Games è il format sportivo ideato nel 2014 dalla start up del 27enne Davide Ardizzone (nella foto insieme al calciatore Ivan Cordoba), ex giocatore di basket e laureato in Economia alla Cattolica di Milano. Nell’estate 2015 sono state tre le tappe: Milano, Santa Margherita Ligure e il Rwanda con la onlus Okapia, partner chiamata a organizzare il Mi Games nella città di Rulindo (progetto benefico che ha permesso di giocare a 200 ragazzi africani tra i 6 e i 18 anni). Il progetto è di avere un tour di MI Games con 20 tappe in Italia entro il 2020.

Com’è nata l’idea di creare i MI Games?

«Leggendo il Corriere della Sera, cronaca di Milano. Si parlava dell’area del Comune di via della Moscova con campetti per giocare a calcio, volley e basket. Ci sono eventi sportivi nelle città e sono tanti quelli sopra i 5mila partecipanti. Ma tutti legati al mondo del running, cioè uno sport individuale. Non esisteva nel panorama italiano un evento di massa aperto al pubblico dai 6 ai 70 anni multisport. Quando siamo partiti con la prima edizione di MI Games nel 2014 eravamo i primi e unici».

L’Italia è una nazione con tanti sedentari: nel 2014 il 23% della popolazione ha praticato uno o più sport con continuità, l’8,6% in modo saltuario (fonte Istat). Come si spiega il successo di MI Games?

«Ci sono dei motivi: lo sport è un fattore di aggregazione e sinonimo di vita sana, di divertimento. Da cinque anni la gente spende più soldi e tempo per fare sport e seguire una vita sana. Si è riscoperta la voglia di partecipare».

Quale è stato il ruolo dei social network nella comunicazione?

«I social network sono fondamentali: dalla prossima edizione non stamperemo  più la locandina cartacea  perché è solo un costo senza un ritorno garantito. Gestiremo tutto via Facebook e il sito web istituzionale. E i numeri sui social sono il biglietto da visita per gli sponsor, la pubblica amministrazione e i partner. Nell’ultima edizione abbiamo movimentato un milioni di utenti...».

È  piaciuta molto  la foto delle squadre partecipanti in stile “figurine dei calciatori”: colpo di genio o di fortuna?

«Abbiamo pensato che come ricordo potesse piacere tenere la foto della squadra con la grafica delle figurine dei calciatori. Anche agli sponsor l'hanno trovata un'idea orginale. Diciamo un colpo di genio fortunato».

MI Games prevede un business plan di che tipo?

«Per il primo anno abbiamo fatto un business plan autosostenibile. Con le iscrizioni si va in pari delle spese. Ovviamente c’è il capitolo dei rapporti con la pubblica amministrazione per avere i permessi. All’inizio si fanno errori, ma bisogna avere pazienza. I costi sono elevati per il noleggio dei centri sportivi e delle attrezzature. Lo abbiamo coperto aumentando il numero degli sponsor».

Cosa bolle in pentola per le prossime edizioni?

«Entro il 2020 vogliamo coprire l’Italia con una decina di appuntamenti sfruttando le location delle bellissime piazze che offrono le città del nostro Paese e poi aumentare anche il numero delle tappe all’estero: sicuramente l’Africa dove abbiamo contatti avviati dopo il Rwanda e il Sudamerica grazie alla collaborazione della Fondazione Cordoba, l’ex calciatore colombiano dell’Inter».

Tre consigli di un giovane Ceo a chi vuole iniziare a fare business in Italia?

«Il primo è la passione: è fondamentale averla per proporre un progetto e sostenerlo. La voglia di fare è fondamentale perché bisogna lavorare sodo. Poi imparare a gestire i rapporti con la pubblica amministrazione: essere elastici e proattivi. Saper incassare i “no” e non prenderli come definitivi ma spiegare meglio le potenzialità del progetto. Ultimo consiglio, dedicare il 100% del tempo all’organizzazione di eventi. Il progetto nasce sulla carta, ma poi deve essere sostenuto nella realtà e sviluppato. Farlo nel tempo libero o part time rende tutto complicato e allontana le possibilità di successo».

1 aprile 2016

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