L’ingegnere-muratore che sogna a suon di jazz

L’ingegnere-muratore che sogna a suon di jazz

Ingegnere, consulente, docente universitario e poi, per scelta, manovale e, per passione, musicista: la storia di Giancarlo Monti, che ha fatto della flessibilità e dell’indipendenza il suo stile

«Se dovessi ricominciare? Mi diplomerei in pianoforte», Giancarlo Monti, ingegnere-musicista-muratore cremonese, ha seguito l’esatto contrario dei normali percorsi di lavoro: dopo laurea, master, assunzione a tempo indeterminato e docenza al Politecnico di Milano, ha scelto Doblò e cazzuola. In teoria ha seguito il principio della massima flessibilità, del mix tra conoscenze teoriche e abilità pratiche e della fantasia imprenditoriale che predicano gli esperti in economia del lavoro. «Poi la realtà è un po’ diversa», ammette Giancarlo, che fra tanti cambiamenti, ha tenuto fisse due stelle: il jazz e l’ironia.

LA LAUREA IN INGEGNERIA

«Mi sono laureato in ingegneria meccanica al Politecnico di Milano: non era la mia passione ma è stata una mia scelta e mi ha plasmato. Ha condizionato poi tutti i miei percorsi lavorativi. Inutile negare: a ingegneria si passa il tempo soltanto sulle formule. Ma io studiavo in una sala che mi padre aveva riempito di libri e strumenti scientifici: all’epoca non ero un lettore. Ma per salvarmi dalle formule lo sono diventato. Oggi adoro i libri. Visto che poi mi sono occupato di costruzioni forse avrei potuto fare architettura? Ma quanti sono gli architetti creativi?».

L’ASSUNZIONE IN CONSULENZA

In ogni caso viste le scelte successive, ammette Giancarlo, ingegneria civile sarebbe stata più consona di ingegneria meccanica. «La matematica mi è sempre piaciuta, però guardavo con stupore i miei compagni di corso che, nei momenti liberi, sfogliavano riviste d’auto. Confesso: motori e carrozzerie proprio non mi interessavano».

E quindi, si laureò in produzione, la specializzazione più vicina a ingegneria gestionale. Era il 1999. «Dopo il servizio civile e una breve esperienza nell’insegnamento, comincio i colloqui. E dico la verità. Non funziona. Alcuni amici mi spiegano quali sono le regole del colloquio di lavoro. E vengo assunto. Divento analista alla Deloitte. Mi occupavo software gestionale, ossia di sviluppare una dialogo tra tutte le funzioni delle aziende che chiedevano la consulenza: allora all’interno di una stessa impresa ogni sezione camminava per conto suo, anche dal punto di vista informatico».

LA SCELTA DI LASCIARE

Che cosa non gli piaceva? «Era analisi: ero appena entrato. A me interessava lo sviluppo e la realizzazione concreta di un progetto. Però sono cresciuto: ho fatto quattro anni nel campo della consulenza gestionale. A un certo punto sono passato con il mio capo in Ernst & Young. Ma continuavo a essere vestito nel modo sbagliato. A dire quello che pensavo. A fare battute. Mi sentivo stretto. E forse li mettevo a disagio». Così dopo la promozione a consulente ha deciso di lasciare.

VIVERE CON IL FOGLIO XLS

«Pensavo di prendere anche la laurea in ingegneria civile, ma poi ho scelto un Master in tecnologie e aspetti strutturali in architettura alla Scuola Fratelli Pesenti, che è sempre legata al Politecnico di Milano. Vivevo con un foglio xls: avevo calcolato quanto avrei potuto mantenermi con i risparmi dei quattro anni di lavoro. Non avevo previsto le emergenze. E questo è un serio errore gestionale. Così dopo un po’ mi sono messo a lavorare per una stazione Autogrill, della quale avevo curato il software».

LA PASSIONE PER L’EDILIZIA

«La scelta azzardata, comunque, era affrontare un settore del tutto nuovo: l’edilizia. Non ero affatto preparato per i calcoli strutturali. Ma verso la fine del master e alla morte di mio padre, mi ha preso uno studio di geometri. Solo che davvero non ero ancora pronto: non mi hanno confermato. È stato davvero un momento di crisi: convertirsi a un nuovo lavoro tecnico, non è affatto una passeggiata. Occorre pensarci bene. Ho ripreso a mandare curricula, ho scartato l’offerta di fare i rappresentante per un’azienda biomedica che vendeva protesi. Ma a un aperitivo degli ex-studenti del Master, un collega mi segnala che un piccolo studio cerca un ingegnere. Mi prendono. E lì ho imparato tutto sulla progettazione di palazzine: ho davvero imparato a fare i calcoli. Mi hanno aiutato moltissimo. E devo dire che questa è la cosa che mi ha accompagnato, a sorpresa, in molti momenti di difficoltà: ho incontrato colleghi davvero disposti a dare una mano».

DOCENTE ALL’UNIVERSITÀ

Dopo tre anni e mezzo, l’inquietudine di Giancarlo era riemersa: «Facevo già l’assistente in Politecnico: dal 2006 e fino al 2013 ho anche avuto i miei corsi. Ma quei calcoli sempre uguali, nel piccolo studio, non mi bastavano più. Volevo progettare strutture complesse: ho trovato uno studio con un approccio più manageriale. E nel frattempo ho fatto il cameriere in un finto ristorante messicano».

VOCAZIONE MURATORE

Oggi Giancarlo riconosce che è stata l’Università a dargli le maggiori soddisfazioni professionali. Ma con i corsi di professore a contratto non si vive. «Lo studio ha cominciato a prendere lavori all’estero: ho seguito un progetto nel Pireo della Fondazione Stavros Niarchos. Ma tornavo in Italia tutti i fine settimana perché mi ero iscritto a una scuola per muratori-idraulici-elettricisti. Mi piaceva moltissimo: mi piace la vita dei cantieri. Mi piace sporcarmi le mani».

Ma nel frattempo è arrivata la crisi. «Per tutti: per gli studi professionali come per gli operai. Ho preso anche la qualifica di certificatore energetico. E adesso lavoro qui e là. Sono rimasto un ibrido, lo ammetto: ma spero che prima o poi si imponga l’idea di un’edilizia “equa e solidale”, ossia che alla cura dei materiali unisca il rispetto per il lavoro ben fatto, per le regole etiche, per lo spirito di squadra. Adesso ho una figlia: sono di costruirle una casa. Fatta a regola d’arte, come tutte le case che mi piacerebbe ostruire».

24 febbraio 2016

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