Flavia La Rocca, stilista della moda sostenibile e modulare

Flavia La Rocca, stilista della moda sostenibile e modulare

Voleva diventare stilista e il sogno si è avverato nel 2013. Flavia La Rocca ha basato le sue collezioni sulla sostenibilità dei tessuti e la modularità dei capi

Flavia La Rocca, romana, 31 anni, è la fondatrice del marchio omonimo, selezionato tra i 18 brand emergenti che hanno partecipato al FashionLab di UniCredit e Camera Nazionale della Moda Italiana per l’anno 2016. La peculiarità dell’azienda? È racchiusa in due aspetti fondamentali: la sostenibilità e la modularità. La sua è una storia personale fatta di ben calibrate tappe di avvicinamento al grande salto nel mondo dell’imprenditoria. Il prossimo step è già in agenda. «Ho in progetto di creare un e-commerce – annuncia la stilista – e aumentare la presenza del marchio sui social media».

 

FORMAZIONE E I PRIMI PASSI NEL MONDO DELLA MODA

 

Ma torniamo agli inizi. Dopo la laurea in Scienze della moda e del costume, la designer ha continuato la sua formazione lavorando nell’ufficio stampa di colossi della moda come Blumarine, Prada, Valentino e Vivienne Westwood. «Queste esperienze sono state fondamentali– racconta– perché mi hanno permesso di conoscere e capire come lavorano i vari comparti di un'impresa della moda. Curando la comunicazione avevo contatti con il reparto logistico, gli stilisti, la produzione».

 

Nel 2012, non ancora trentenne, Flavia ha deciso di realizzare la prima collezione per dedicarsi alla sua vera passione: il design. Al traguardo della “riduzione degli sprechi” si arriva nel 2014, quando il progetto del marchio Flavialarocca inizia a consolidarsi. «Credo che oggi la sostenibilità sia fondamentale – spiega la stilista – Dobbiamo pensare al futuro del nostro pianeta e l'industria della moda può fare molto in questa direzione».

 

COSA SIGNIFICA “SOSTENIBILE” PER IL SISTEMA FASHION

 

L'intero processo di creazione dei capi della stilista si basa sulla riduzione del consumo di acqua, energia e materie prime. Gli abiti sono realizzati interamente in Italia e questo permette di diminuire l'emissione di CO2 legata al trasporto dei materiali.

 

Ma sono il Cardato Regenerated, un marchio che certifica che i prodotti siano realizzati a Prato, con almeno il 65% di materiale riciclato, e l'uso di poliestere Newlife, un processo che trasforma le bottiglie di plastica in filato, a fare la differenza. «La lana prodotta tramite cardatura – spiega Flavia La Rocca – è formata da fibre vergini oppure ottenute tramite il riutilizzo di tessuti e ritagli di maglieria, sia nuovi che usati».

 

Questa tecnica e la conversione del poliestere permettono di risparmiare circa il 60% di energia, ridurre del 32% l'emissione di CO2 e non sprecare il 94% di risorse idriche.

 

BASTA COLLEZIONI “USA & GETTA”: ARRIVA LA MODULARITÀ

 

Strettamente collegato al tema della sostenibilità è anche il principio dei capi modulari, che è il segno distintivo del brand della designer romana. «L'idea è quella di creare indumenti intercambiabili – dice la stilista – che possano essere abbinati o indossati separatamente. In questo modo si allunga il ciclo di vita del prodotto e si permette al cliente di personalizzare il proprio outfit».

 

Con la modularità pensata per le donne di oggi, viaggiatrici, professioniste, globetrotter tutto il giorno fuori casa, Flavia La Rocca ha creato set di 4 moduli che permettono di combinare fino a 8 look differenti, facilmente trasportabili perché già pronti in borsetta, inseriti in una semplice clutch. «Potendo riutilizzare i vari pezzi in modi diversi, gli abiti possono essere indossati anche l'anno seguente, magari aggiungendo un solo capo della nuova collezione, in modo da creare differenti abbinamenti. Così si riducono gli sprechi e l'uso di materie prime, tutto a beneficio dell'ambiente».

 

GLI ERRORI AIUTANO, MA BISOGNA ANCHE SAPER SCEGLIERE

 

L’esperienza di Flavia La Rocca è stata a volte punteggiata da ostacoli e contrattempi. Che però non l’hanno mai scoraggiata. «Impossibile, soprattutto all'inizio, fare sempre centro. Gli errori sono stati utili perché mi hanno aiutato a crescere – conclude–. Se non avessi sbagliato delle cose, ora non saprei come comportarmi in certe situazioni e non riuscirei a evitarli».

 

Fidarsi di un venditore senza consultarne altri, non organizzare alla perfezione la partecipazione a un evento in un Paese estero: sono due esempi che la designer racconta pescando nell’archivio dei ricordi. Il consiglio ai neo- stilisti? «Non fermarsi alla prima risposta, ma cercare sempre pareri e offerte differenti prima di prendere una decisione». E una volta presa – come si capisce dalla sua storia di impresa – andare avanti e non fermarsi mai.

Il contributo di UniCredit agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile

21 luglio 2016

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